Recensione - MIO: Memories in Orbit

Il Gioco
Annunciato ormai quasi due anni fa e sviluppato dal piccolo studio parigino Douze Dixièmes, MIO: Memories in Orbit è un metroidvania che punta con decisione su atmosfera, identità visiva e senso di scoperta. Fin dalle prime ore è chiaro come il progetto voglia distinguersi non tanto reinventando la struttura del genere, quanto lavorando con grande cura sul modo in cui mondo, narrazione e meccaniche si intrecciano.Negli ultimi anni la scena indipendente francese sta vivendo una fase di rinnovata vitalità creativa, con studi sempre più interessati a rimettere mano a generi storici senza limitarsi a replicarne i canoni. Dopo Shady Part of Me, Douze Dixièmes torna con un progetto molto più ambizioso, frutto di circa quattro anni di sviluppo e costruito su un motore grafico proprietario. Se il titolo precedente puntava su enigmi e suggestioni simboliche, MIO: Memories in Orbit abbraccia in modo diretto il genere metroidvania, mantenendo però una forte impronta autoriale, soprattutto sul piano estetico.
MX Video - MIO: Memories in Orbit
Qui il giocatore controlla MIO, un piccolo robot creato per una missione sconosciuta, che si risveglia all’interno della Vessel, una gigantesca nave orbitante ormai quasi del tutto priva di vita. Un blackout improvviso ha messo fuori uso gli antichi custodi del sistema, trasformando quella che un tempo era una struttura funzionante e viva, in un relitto silenzioso che vaga nello spazio profondo. MIO non sa chi sia, né quale fosse il suo scopo: l’unica certezza è che qualcosa è andato storto.
La Vessel non è solo lo scenario dell’avventura, ma una vera e propria entità narrativa. Un corpo meccanico segnato dal tempo, colmo di memorie frammentate e segreti sepolti, in cui i sistemi sono corrotti, le intelligenze artificiali risultano incomplete o impazzite e ciò che resta dell’equipaggio è svanito. Le memorie — dati, coscienze digitali, tracce emotive — sono disperse nei suoi settori, pronte a essere ricomposte per dare un senso al passato.
L’inizio dell’avventura è volutamente minimale e quasi astratto. MIO si manifesta inizialmente come un semplice punto luminoso, immerso in uno spazio fatto di linee e geometrie essenziali, evocando una sensazione di sospensione e smarrimento. Espediente narrativo che viene poi utilizzato lungo tutto il resto del gioco, ogni qualvolta MIO si evolve ed apprende una nuova abilità. Solo in un secondo momento l’anima del protagonista trova nuovamente il proprio corpo, risvegliandosi su un oscuro tavolo operatorio. Da qui prende forma l’esplorazione della nave, che si presenta inizialmente come un ambiente freddo, grigio e apparentemente privo di vita, ma che rivela gradualmente una sorprendente ricchezza di dettagli e stratificazioni. La mappa è molto vasta, e occorre molto molto tempo per esplorarla tutta, perché ogni volta che si sviluppa una nuova abilità, questa può essere utilizzata per scoprire nuove aree prima magari inaccessibile. Questa meccanica però si traduce in un infinito backtracking che accompagna il giocatore lungo tutta la partita.

Nel corso dell’esplorazione si incontrano alcune figure chiave che scandiscono la progressione. I supervisori, una misteriosa creatura che funge da punto di salvataggio e da luogo ove MIO può sviluppare e modificare le sue abilità, nonché una volta ritrovati tutti, punto di viaggio rapido. Alla morte, infatti, tutta la madreperla accumulata viene persa, a meno che non sia stata cristallizzata in precedenza tramite appositi dispositivi. Una scelta che introduce tensione nell’esplorazione e spinge a valutare attentamente quanto rischiare prima di avanzare.
Il cuore dell’esperienza risiede però nella mobilità del protagonista. MIO: Memories in Orbit costruisce gran parte del suo gameplay attorno al movimento, che risulta fluido, preciso e progressivamente sempre più ricco. Si parte dal doppio salto, presto affiancato dai Tentacoli, una sorta di rampino utilizzabile sia per raggiungere punti elevati sia per avvicinarsi rapidamente ai nemici, dalla vela, che consente di planare dolcemente da grandi altezze e gestire meglio gli spostamenti verticali, ecc. Queste abilità non rappresentano semplici aggiunte, ma diventano centrali nella costruzione delle lunghe sezioni platform, vere e proprie prove di precisione che si integrano nel flusso narrativo e ne scandiscono l’avanzamento. Il movimento non è quindi solo uno strumento, ma un linguaggio di gioco a tutti gli effetti, capace di introdurre una difficoltà crescente e di dare ritmo all’esplorazione. La Vessel diventa così un ambiente sempre più verticale e interconnesso, che invita a sperimentare e a tornare più volte nelle stesse aree per scoprire nuovi percorsi e segreti.

Il combattimento si inserisce in questo contesto privilegiando agilità e controllo piuttosto che la forza bruta. Gli scontri premiano la gestione dello spazio e l’uso intelligente delle abilità, con meccaniche come il reset del doppio salto colpendo un nemico che incentivano uno stile di gioco dinamico e fortemente aereo. Questa impostazione trova la sua massima espressione nelle numerose boss fight disseminate lungo l’avventura, veri e propri banchi di prova pensati per verificare quanto appreso fino a quel momento. Alcuni scontri risultano particolarmente impegnativi e richiedono tentativi ripetuti prima di essere padroneggiati, mettendo alla prova riflessi, lettura dei pattern e padronanza del movimento. Non si tratta di una difficoltà punitiva fine a sé stessa, ma di un equilibrio che chiede attenzione e adattamento costanti, trasformando ogni vittoria in una conquista sentita e meritata. A sostenere il tutto c’è però un comparto artistico di grande personalità. La Vessel evolve visivamente insieme al giocatore: dalle prime sezioni dominate da toni spenti e monocromatici, si passa gradualmente a scenari sempre più ricchi di colore e contrasti, come se la nave stesse lentamente tornando in vita. Questa trasformazione non è solo estetica, ma rafforza il legame tra esplorazione, narrazione e progressione, rendendo ogni nuova area una piccola ricompensa visiva. A corollario di tutto, un comparto audio maestoso e una colonna sonora davvero in grado di emozionare e di trasmettere le sensazioni che MIO sta provando in quel momento.
Non mancano tuttavia alcune criticità. MIO: Memories in Orbit tende a spiegare pochissimo sia della sua trama sia delle sue meccaniche, lasciando quasi tutto sulle spalle del giocatore. L’esperienza si fonda su un ciclo continuo di esplorazione, raccolta e sviluppo, seguito da nuove fasi di esplorazione, ma molte dinamiche vengono solo accennate e mai realmente chiarite. Questo porta a fare ampio ricorso al trial and error per comprenderne il funzionamento, una scelta che nelle fasi iniziali può accentuare il senso di smarrimento. Se protratta nel tempo, questa impostazione rischia di trasformare la curiosità in frustrazione, soprattutto per chi si avvicina al genere con meno esperienza o cerca un accompagnamento più graduale. Nel gioco è presente una mappa, ma le possibilità di personalizzazione sono piuttosto limitate. Sebbene consenta di segnare in modo essenziale alcuni luoghi di potenziale interesse per il futuro, questa soluzione si rivela solo parzialmente efficace. La scarsa flessibilità finisce infatti per rendere l’orientamento comunque confuso, affidandosi in larga parte alla memoria del giocatore piuttosto che a un reale supporto alla navigazione.



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