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Yonder: The Cloud Catcher Chronicles

Recensione - Yonder: The Cloud Catcher Chronicles

Gli australiani Prideful Sloth portano sulle nostre console la rilassante e colorata avventura di Yonder: The Cloud Catcher Chronicles, che promette di farci trovare un'isola di tranquillità tra un opprimente Dark Souls e le adrenaliniche curve di Forza Horizon 4. Lo abbiamo quindi approcciato con interesse e scopriamo ora di che pasta è fatto!

Il Gioco

Per evidenziare al meglio ciò che Yonder: The Cloud Catcher Chronicles rappresenta realmente, senza scendere nelle banalità più classiche, dobbiamo partire proprio dal concetto di relax: nonostante qualche richiamo al genere action-adventure, il principale obiettivo del gioco è infatti quello di annullare qualsiasi forma di violenza, cosa comunque molto rara nel videogioco moderno basato prevalentemente su generi come action-rpg, sparatutto e stili simili. In un primo momento, infatti, sembra che Yonder: The Cloud Catcher Chronicles voglia avvicinarsi molto all’intramontabile The Legend of Zelda, sia per i colori che per lo stile generale, ma basta poco per comprendere che siamo completamente su due strade diverse: il capolavoro Nintendo vede nell’eroe Link il potere di salvare ancora una volta la principessa Zelda, basando tutta la struttura su un mondo vasto da esplorare, dungeon pieni di segreti e misteri, nemici da combattere ed enigmi da risolvere. Yonder: The Cloud Catcher Chronicles invece, anche se inizialmente sembra voler proseguire su questa strada, mostra la sua particolarità più interessante nell'assenza di violenza e in un gameplay basato interamente su esplorazione, crafting e recupero di risorse.

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Nel gioco interpretiamo, con visuale in terza persona, un ragazzetto partito precedentemente per un viaggio che, al suo ritorno nel paese natale, trova tutto distrutto: un misterioso cataclisma ha raso al suolo praticamente ogni forma di costruzione, fattorie, vivai e tanto altro ancora. Non c’è più niente tranne la speranza: quella di far rifiorire il nostro paesino e farlo tornare al suo eterno splendore. Armati quindi di piccozza, qualche altro strumento utile e un buffo zainetto, partiamo all’esplorazione di Gemea, un vasto mondo aperto composto da diversi ecosistemi. Inizialmente, come conseguenza del cataclisma, le varie zone esplorabili sono bloccate da una nube tossica e per renderle di nuovo disponibili bisogna trovare e recuperare degli spiritelli. Più la zona tossica è vasta, più spiritelli vengono richiesti per ripulirla: questo è l’unico elemento di progressione che ritroviamo in Yonder: The Cloud Catcher Chronicles, in quanto il cuore del gameplay è basato prevalentemente sul crafting. Infatti Yonder: The Cloud Catcher Chronicles più che avvicinarsi a The Legend of Zelda, si rifà più a Minecraft per quanto concerne la struttura base, seppur con qualche differenza importante.

MX Video - Yonder: The Cloud Catcher Chronicles

Il gioco punta tutto sulla semplicità e l’esplorazione di Gemea è il punto cardine fondamentale: un mondo vivo, colorato e pieno di zone da scoprire, personaggi con cui parlare e documenti da recuperare. C’è un canovaccio narrativo che punta sul fare da sfondo al mondo di gioco, con pergamene che raccontano piccoli dettagli sul cataclisma avvenuto oppure alcuni personaggi che si incontrano in giro e che ci narrano alcuni degli eventi della zona, della fauna e della natura di quel particolare ecosistema. L’opera di Prideful Sloth non cerca comunque di raccontarci una storia complessa e stratificata, ma prova a renderci più coinvolti in questo magico mondo. L’esplorazione è quindi la base che poi si evolve nel crafting con il recupero di diversi tipi di materiale per costruire così fattorie, vivai e altre costruzioni utili per far rifiorire il villaggio.

Amore

Gemea

- La parte più bella dell’intero gioco è proprio il vasto open world. Il mondo di Gemea è davvero ben realizzato, incredibilmente dettagliato e pieno di cunicoli e grotte da scoprire. Le prime dieci ore di gioco sono dedicate all’esplorazione di ogni angolo, al recupero di oggetti utili e materiali unici, oltre che al ritrovamento degli spiritelli per cercare di sbloccare ogni zona colpita dalla tossicità del cataclisma. Ognuna di queste è perfettamente bilanciata e varia: troviamo aree piene di verde, alberi, foreste ma non mancano zone più desertiche, canyon e altro. Le varie aree nascondono tante strade, e la densità quasi perfetta del mondo e del ritmo di gioco invoglia il giocatore ad esplorare per ore e ore consecutive senza accorgersene

Aspetto visivo e sonoro

- Lo stile adottato dagli sviluppatori è davvero molto carino e vivace, pieno di colori, di contorni morbidi. Ogni zona esplorata è una piccola gioia per gli occhi e si rifà molto al ritmo compassato e leggero del gioco. Lo stesso dicasi per la colonna sonora leggera, orecchiabile e piena di suoni tranquilli e rilassanti. Dopo qualche ora di gioco si nota molto di come il target del gioco siano i più piccoli o chi cerca un prodotto meno smaliziato con cui vivere attimi di relax puro.

Crafting e gestione

- Ottimo pure il crafting, vero motore del gioco, basato prevalentemente sull’esplorazione: nuovi luoghi, nuovi materiali e la possibilità di creare nuove costruzioni di ogni tipo. Il crafting è simile a quello di Dragon Quest Builders, mentre è più lontano da Minecraft. Questo perché a differenza del popolare prodotto Mojang, Yonder: The Cloud Catcher Chronicles offre comunque una struttura ludica più limitata ma più interessante da vedere. Anche la gestione della fattoria e di altre costruzioni è ottima, con una semplicità di utilizzo davvero immediata e comprensibile ma che sa regalare anche ottime soddisfazioni.

Odio

Narrativa appena accennata

- Per quanto il titolo dei Prideful Sloth non voglia raccontare una storia né tantomeno basarsi sui dialoghi con personaggi, questo approccio sembra un’occasione sprecata. Il cataclisma che ha colpito Gemea è avvolto nel mistero, non si sa nulla riguardo la sua provenienza né il perché, così come non viene spiegato il motivo per cui gli spiritelli sono gli unici capaci di ripulire una zona contaminata dalla tossicità. Lo stesso dicasi per il mondo di gioco, molto bello ma che non sa raccontare nulla di sé stesso nemmeno dalle costruzioni o altri eventi. Si poteva fare molto di più su questo aspetto.

Monotonia e scarsità di contenuti

- Anche se a primo acchito sembra che l’esplorazione del gioco e le varie cose da fare abbiano quel valore aggiunto per accompagnare il giocatore per ore e ore, in realtà dopo qualche ora si inizia ad avvertire un senso di profonda monotonia che porta spesso e volentieri a noia, spingendoci a chiudere il gioco in vista di una prossima partita. Insomma, di buono abbiamo tante cose, ma è il come sono gestite che non fa gridare al miracolo: un cattivo e inutile senso di progressione, un narrativa appena accennata e un’esplorazione che, per ovvi motivi, ad un certo punto risulta fine a sé stessa.

Baratto e fetch quest

- In Yonder: The Cloud Catcher Chronicles non abbiamo una gestione dei guadagni, l’economia del titolo è basata soltanto sul classico baratto di materiali: un tot di tronchi per un tot di pietre e così via. Questo inizialmente può sembrare anche interessante, ma mostra il fianco ad un inventario gestito veramente male a causa dei pochi slot a disposizione e di un sistema di baratto basato solo sull’utilità di certi materiali. Sarà spesso necessario abbandonare i propri materiali per fare spazio ad altri più necessari e poi provare a recuperarli in seguito: dopo qualche ora di gioco, si inizia a vedere il reale problema dietro questo sistema. Lo stesso dicasi per le le missioni "fetch quest", in cui dobbiamo esaudire delle richieste talvolta ridicole e forzate di recupero materiali e oggetti, che si scontrano col problema del baratto appena descritto: alcune missioni ci chiedono di costruire diverse mangiatoie, strutture di legno e altro e queste richiederanno diversi e non pochi materiali che però prenderanno il posto di quelli che abbiamo nell’inventario.

Tiriamo le somme

L’idea di poter esplorare un mondo bello come Gemea e contemplare le fasi di un viaggio magico, leggero e rilassante, è sicuramente valida e originale; il problema è che questa magia svanisce dopo qualche ora di gioco facendo spazio alla monotonia e soprattutto ad una struttura ludica non propriamente ben gestita. Il baratto come unica forma di economia non è proprio il massimo, soprattutto in relazione al sistema di inventario che limita molto la merce che possiamo trasportare e quindi scambiare. Tutto questo, unito ad un mondo che non sa raccontarsi se non attraverso qualche documento sparso e qualche quest di dubbio gusto, rende il tutto molto più limitato. Forse un approccio maggiormente narrativo e un sistema di progressione più soddisfacente avrebbero migliorato quelle basi semplici e solide su cui si poggia Yonder: The Cloud Catcher Chronicles, ma allo stato attuale l'idea di un sistema leggero, “ecologico” e soprattutto non-violento, rendendo il tutto decisamente più piatto.
6.8

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L'autore

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Personaggio particolare, simpatico e con la curiosità di un gatto. Cresciuto a pane e videogiochi, che ha scoperto nei primi anni di età, si è poi appassionato alla scrittura, alla filosofia e al cinema. Fedele al movimento multipiattaforma, che prima o poi metterà la parola fine alla console war.

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