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Homefront: The Revolution
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Recensione - Homefront: The Revolution

Se pensate che la vita negli USA sotto il giogo delle truppe coreane sia dura, allora dovreste sentire quello che ha passato Homefront: The Revolution in fase di sviluppo. Concepito sotto il blasone THQ, al fallimento dell'editore è passato nelle mani di Crytek rimanendo in sviluppo per i successivi tre anni... al termine dei quali il team è stato sciolto e il gioco ha fatto un terzo cambio di casacca per essere finalmente completato con l'egida Deep Silver. Scopriamo insieme i frutti di un così tormentato cammino.

Il Gioco

Nel mondo alternativo di Homefront: The Revolution, la tecnologia migliore è pensata, sviluppata e venduta dalla Corea. In ambito militare, dove i concetti di tecnologia e vendita sono due pilastri, gli Stati Uniti si rivelano essere i migliori clienti, tanto che l'economia americana collassa per la concorrenza estera. Ci sono rivolte, disordini e battaglie che rendono la superpotenza vulnerabile. Così, nel 2026 i coreani schiacciano un bottone e spengono tutta la tecnologia che avevano veduto agli USA. Letteralmente. Navi in rotta verso il mare aperto, missili in orbita, caccia in volo sopra gli scenari di guerra... tutto si spegne, creando all'istante la più grande collezione di fermacarte della storia. La mossa successiva delle truppe orientali è quella di invadere un paese ormai in ginocchio… e la mossa successiva di quelli in ginocchio è provare a rialzarsi e combattere.

Nelle vesti di un nuovo arrivato all'interno della resistenza, il nostro compito sarà quello di contrastare l'invasore e riprendere il controllo di una Philadelphia ghettizzata e distrutta. La strda verso la vittoria è fatta da tre percorsi: riconquista, propaganda, e lotta. Nel primo caso il meccanismo è quello ormai collaudato dei punti d'interesse che, una volta liberati e conquistati, riscattano l'area circostante della mappa dando libero accesso ad una serie di stazioni di rifornimento. Essendo il gioco ambientato in un contesto urbano, i territori da riconquistare sono spesso piccoli isolati tenuti sotto controllo da strutture più o meno barricate. A volte ci si trova di fronte alle mura metalliche di un vero e proprio insediamento nemico, in altri casi basta riprendere possesso di un edificio sventrato dalla guerra ma ancora in grado di dominare il panorama circostante e offrire un vantaggio tattico.

Questa fase di riconquista viaggia in genere a due velocità: nelle zone rosse, veri e propri teatri di guerra, si corre a testa alta e fucile caldo, data l'assenza di civili qualsiasi essere vivente privo della divisa militare viene trattato come nemico e rivettato al piombo; nelle zone gialle invece è si procede a testa bassa, nelle ombre cercando di riprendere il controllo dell'area senza destare troppa confusione. In questo secondo scenario, in genere, le strade sono pure piene di disperati che cercano di tirare avanti senza subire le angherie dei Norc. Disperati che, con le giuste mosse possono tornare utili per accellerare il cammino della rivoluzione. Per questo è possibile percorrere la seconda strada, la propaganda. Attraverso specifiche azioni, traducibili come "raccolta di collezionabili", si azzittisce la propaganda d'invasione e si da voce a quella della resistenza, un lavoro che sul lungo termine porta il popolo a sollevarsi contro i soldati nelle strade e a mettere sotto sopra l'area gialla rendendola, di fatto, una zona rossa.

MX Video - Homefront: The Revolution

Bene, abbiamo convinto tutti a combattere per la giusta causa, ma non possiamo scendere in battaglia con slogan, che non sarebbero particolarmente efficaci. Per questo è necessario mettere un piede anche sulla terza strada, il combattimento. In questo frangente Homefront: The Revolution offre l'unico vero elemento di novità, l'unica scintilla di originalità in un gioco grigio come le strade nelle quali si combatte. Di base l'arsenale offre poche armi, cinque per la precisione, ma ognuna può essere modificata al volo in tre varianti. Si tratta di un vero e proprio cambio totale che vede il nostro partigiano smontare carrello, caricatore e altro cambiando la natura stessa dell'arma. Ecco che una pistola può diventare un SMG o una pistola pneumatica, il fucie d'assalto si trasforma in semplici passaggi in un lancia granate o in una mitragliatrice pesante, mentre il fucile da battaglia evolve nel sempre amato fucile di precisione. Si tratta di una scelta che permette di avere nominalmente tre armi (limite massimo equipaggiabile mentre si è in giro per la mappa) ma all'atto pratico sono nove. Infine, non contenti di questo cambio generale, è sempre possibile sostituire parti specifiche modificando leggermente funzione ed efficacia. Le modifiche coinvolgono la canna, il mirino, il caricatore e via dicendo.

Per ottenere tutto questo potere d'attacco bisogna sborsare le celeberrime banconote verdi con la esse barrata o i crediti tecnologici ottenuti durante le missioni o liberando le aree di gioco. Di fatto, se si esclude il meccanismo che porta il popolo alla ribellione, chiamato "Cuori e Menti", la base di gioco su cui poggia Homefront: The Revolution è il fratello urbano di Far Cry. Tutto ciò comporta un'ovvia riflessione: se non vi piacciono i titoli con mappa estesa dove per la maggior parte del tempo bisogna vagare con lo scopo di ottenere piccoli risultati attraverso atti ripetitivi, allora Homefront: The Revolution non fa al caso vostro, anche perché di suo non ha nulla di originale che potrebbe comunque valere un giro di giostra. Tutti quelli invece che apprezzano giochi di tale foggia troveranno in Homefront: The Revolution un monte ore superiore alle 30 (se si gioca ai piccoli completisti) con pure la possibilità di giocare alcune missioni specifiche in cooperativa. Missioni dalla trama... esaltante, come guardare l'acqua che arriva ad ebollizione.

Amore

Fra vicoli e macerie

- Homefront: The Revolution ha degli sprazzi in cui riesce a trasmettere il senso di guerriglia, di una lotta combattuta con un rapporto impari e con la sola forza della disperazione. Sono sprazzi abbastanza rari, soprattutto nel momento in cui si prende possesso di lanciagranate, lanciarazzi e bombe adesive, ma valgono il peso di un ricordo. Nei pochi momenti in cui mi sono trovato all'ultimo pieno di una casa mentre intorno a me volavano schegge di cemento e legno, ho percepito la sensazione di dover giocare le mie carte al meglio per poterne uscire ancora con le mie gambe.

Il popolo dietro di me

- Spegnendo gli altoparlanti della propaganda, demolendo i blindati che pattugliano le strade e conquistando i punti di forza dell'esercito invasore, Philadelphia torna poco alla volta a respirare, urlare e sperare. Il cammino di liberazione è abbastanza soddisfacente, con l'intelligenza artificiale che porta gli abitanti della zona ad evolvere da pecore sottomesse fino a sciacalli. All'inizio subiscono in silenzio, poi provano a rispondere, magari lanciano pure delle pietre dalle finestre, infine scendono in strada armati di rabbia e fuoco. Il tutto per merito del nostro operato, dimostrando che siamo dei grandissimi organizzatori di eventi e che alle nostre feste ci si spacca di brutto.

Odio

Fac-ciamo l-a riv-olu-zio-ne… !

- Si tratta probabilmente del risultato più tangibile di uno sviluppo travagliato, fatto sta che in Homefront: The Revolution il numero di caricamenti e il modo in cui questi bloccano la fluidità del gioco è un difetto tale da incidere pesantemente sull’esperienza finale. Si parte dai 4 minuti di attesa per poter superare la schermata iniziale ogni volta che si vuole riprendere la partita, ai diversi blocchi ogni volta che avviene un autosalvataggio, cosa che accade di frequente, soprattutto se si decide di armeggiare con gli strumenti di modifica dell’arsenale messi a disposizione nelle diverse basi sparse per la mappa. Oltre a ciò bisogna considerare un frame-rate assolutamente instabile che, nel peggiore dei casi arriva a proporre a schermo la bellezza di un fotogramma al secondo, in sostanza un dagherrotipo in movimento. Infine i comandi, nonostante non raggiungano picchi di pura frustrazione, non godono di quella disposizione e reattività utile a combattere in modo fluido. Se ad esempio durante uno scontro a fuoco è necessario passare dal fucile da assalto ad una sua variazione, oltre al tempo pratico di modifica bisogna mettere in conto quello tecnico di un gioco che si prende un paio di secondi buoni per mostrare sull'HUD i comandi e recepirli. Una causa di decesso assai più frequente di quanto si possa pensare.

Combatto per un mondo vuoto

- Se la voglia di riscatto e libertà alla base del tutto è comprensibile, bisogna sperare di crederci fino alla fine perché Homefront: The Revolution al di fuori della causa non offre nient’altro. Gli scenari non propongono la minima variazione sul tema “soldato rosso contro soldato blu”, non vi è fauna che dia vita a situazioni casuali, non vi sono segreti da scoprire, aree della mappa da esplorare per il solo gusto di vagare, nulla se non il prossimo avamposto o la missione utile alla trama. Questo si ripercuote anche sul lato estetico, con una palette cromatica fatta di 4 colori: grigio, rosso, nero, blue. Una scelta di tristezza enfatizzata dalle variazioni climatiche presenti durante l’alternanza giorno/notte. Il meteo di Philadelphia del 2026 offre infatti rare schiarite, con costante grigio e pioggia. Comprensibile voler dar risalto ad un clima di oppressione visto il contesto, ma la natura di queste cose se ne infischia, e il sole può risplendere anche sui campi di battaglia.

Un addestramento scarso

- L’intelligenza artificiale di Homefront: The Revolution è binaria: accesa o spenta. Nel secondo caso sono semplici marionette di ronda, nel primo invece sono dei soldati che vanno alla ricerca del primo muro, si abbassano e a tempi costanti si rialzano per fare fuoco e ingoiare l’immancabile proiettile in arrivo. Nel gioco che fa della guerriglia il suo cardine, si tratta di una mancanza che appiattisce l’esperienza e non pone alcun senso di sfida al giocatore. Questo si unisce alle mancate scelte di game design. Prendiamo il concetto di cecchino: un ruolo perfetto in una città martoriata e piena di finestre vuote e larghi spazi. Sia i nemici che i nostri alleati non sembrano rendersene conto, con rare, rarissime occasioni in cui i tiratori scelti sono effettivamente in posizione di vantaggio. Spesso sono a gruppi di tre, dritti in piedi, visibili a centinaia di metri. Oppure, continuando in scelte poco condivisibili: se mi dai la possibilità di utilizzare una pessima moto per accorciare le distanze, questa deve rimanere una possibilità opzionale. Se in alcune parti del gioco invce mi costringi ad utilizzarla nonostante la rabbia che ne può conseguire, allora c’è qualcosa di completamente sbagliato.

Tiriamo le somme

Homefront: The Revolution è un titolo che poteva poggiare la sua mediocrità artistica su solide fondamenta fatte da meccaniche prese di peso da altri esponenti del genere e riproposte qui senza variazioni o originalità, ma purtroppo, vuoi la travagliata sorte in fase di sviluppo, vuoi l’inesperienza del team al lavoro nelle diverse fasi, tale mediocrità poggia su altrettanta mediocrità tecnica così da raggiungere la quadratura del cerchio e consegnare un titolo grigio nel quale si combatte un nemico grigio per una grigia causa.
6.0

Recensione realizzata grazie al supporto di Deep Silver e Xbox.


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L'autore

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Un giorno qualcuno gli disse che c'erano altri giochi oltre Age of Empire. Da quel momento è alla ricerca dell'esperienza definitiva, molti sostengono faccia apposta a non trovarla per poter continuare a giocare. Convinto sostenitore de "il voto non fa il gioco", scrive su diversi siti, un paio addirittura creati da lui. Un giorno scomparira nel nulla in un vortice di gameplay, o impazzito scenderà in strada urlando di minacce a New York e brandendo una spada immaginaria.

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