Recensione - Death Stranding 2: On The Beach

Il Gioco
Ci sono giochi che dividono. Titoli che o li ami o li odi, senza vere vie di mezzo. Questo era sicuramente Death Stranding, uscito nel 2019: un’opera con una storia affascinante, un cast stellare e una colonna sonora da pelle d’oca, ma anche con uno dei gameplay che, personalmente, ho trovato fra i più noiosi del panorama videoludico moderno. Death Stranding 2: On The Beach raccoglie l’eredità di quel gioco riportando in scena tutta la visione di Hideo Kojima in un’avventura che punta ancora una volta su atmosfera, narrazione e world building; il gioco riprende il percorso di Sam Porter Bridges undici mesi dopo gli eventi del primo capitolo, portandolo questa volta oltre i confini delle UCA in un nuovo viaggio di connessione verso territori inesplorati.
MX Video - Death Stranding 2: On The Beach
Il sequel, sviluppato ancora una volta da Kojima Productions e pubblicato da Sony Interactive Entertainment, nasce con l’obiettivo di espandere la formula dell’originale senza tradirne l’identità, mantenendo al centro il tema del legame tra individui e spostandolo in uno scenario ancora più ampio, ostile e simbolicamente carico. Proprio come il predecessore, anche questo secondo capitolo si presenta come un action-adventure in terza persona che ruota attorno a consegne, esplorazione, scontri con minacce umane e ultraterrene e ricostruzione di un mondo spezzato, ma con un’impostazione più ricca, più flessibile e più ambiziosa. È il naturale proseguimento della visione autoriale di Hideo Kojima: non un semplice seguito costruito per ripetere ciò che funzionava, ma un’opera che prova ad allargare ulteriormente il raggio d’azione della serie, rilanciando anche la domanda che ne accompagna tutta la struttura: avremmo davvero dovuto connetterci?

Anche il cast di Death Stranding 2: On The Beach si conferma di altissimo profilo, con il ritorno di Norman Reedus nei panni di Sam e di volti già centrali come Léa Seydoux e Troy Baker, affiancati da nuovi ingressi di grande richiamo come Elle Fanning, Shioli Kutsuna e Luca Marinelli. Sul piano del gameplay, il titolo resta fedele all’impianto del primo capitolo, ma lo rielabora in modo da renderlo più ricco, più aperto e soprattutto meno respingente nei suoi passaggi più ostici. La struttura continua a ruotare attorno a consegne, spostamenti, gestione del carico, pianificazione dei percorsi e attraversamento di territori ostili, ma questa volta il tutto è inserito in un contesto molto più dinamico, con una libertà d’azione sensibilmente maggiore. Non si ha più così spesso la sensazione di dover subire il viaggio, perché il gioco mette nelle nostre mani più strumenti per affrontarlo secondo il nostro stile.
La differenza si percepisce soprattutto nel modo in cui Death Stranding 2: On The Beach gestisce mobilità e approccio alle missioni. Mezzi, infrastrutture e opzioni per gli spostamenti entrano infatti in scena piuttosto presto, alleggerendo una parte dell’esperienza che nel primo Death Stranding poteva risultare più faticosa e macchinosa. Per chi, come me, aveva sofferto i momenti più pesanti legati alle consegne, è un cambiamento importante: il viaggio resta centrale, ma diventa più scorrevole, meno punitivo e spesso anche più piacevole da affrontare. Il gioco non rinuncia alla propria identità contemplativa, ma cerca più spesso un compromesso tra atmosfera e comodità, e nella maggior parte dei casi ci riesce.

Anche l’anima più action del sequel emerge con maggiore decisione. Dove il primo capitolo tendeva a usare nemici e minacce soprattutto come ostacoli da aggirare, qui il ventaglio di possibilità è più ampio e interessante: possiamo affrontare una situazione in modo diretto, puntare sulla furtività o evitare del tutto il conflitto, con una varietà di armi, gadget e strumenti che rende ogni incarico più aperto e meno schematico. A questo si aggiunono un ciclo giorno/notte che incide sulla visibilità e sull’individuazione da parte dei nemici, pericoli naturali dinamici come terremoti, incendi e piene improvvise, oltre a un sistema di progressione che valorizza concretamente il nostro stile di gioco, tra livelli di competenza e potenziamenti APAS. Tutto questo non trasforma Death Stranding 2: On The Beach in un action puro, ma ne rende il ritmo più vario e il gameplay molto più adattabile rispetto al passato, oltre che molto più vicino ai miei gusti.

Resta comunque un gioco che vive ancora di lentezza, pianificazione e ripetizione controllata, quindi non aspettatevi una rivoluzione totale. Il cuore dell’esperienza è sempre quello, e certe tratte mantengono volutamente un’impostazione dilatata e riflessiva. La differenza è che, stavolta, Death Stranding 2: On The Beach fa molto di più per venirci incontro, riducendo la sensazione di rigidità del primo episodio e offrendo un equilibrio migliore tra viaggio, azione e libertà d’approccio. Non manca poi il consueto multiplayer asincrono, che continua a rappresentare una parte importante dell’identità della produzione. Pur senza trasformare l’esperienza in un’avventura cooperativa tradizionale, il gioco lascia costantemente percepire la presenza degli altri giocatori attraverso strutture, oggetti e piccoli aiuti disseminati nel mondo, rafforzando ancora una volta il tema della connessione su cui si regge l’intera opera.

Per quanto riguarda la prova su Xbox ROG Ally X, Death Stranding 2: On The Beach si comporta sorprendentemente bene e riesce a restituire un’esperienza convincente anche in formato portatile. Il gioco, infatti, include un preset grafico dedicato, pensato proprio per i dispositivi handheld, e questa attenzione si percepisce fin dalle prime ore, con un compromesso generalmente riuscito tra qualità visiva, leggibilità e fluidità mantenendo fra i 60 e i 70 fps. Considerata la natura spettacolare della produzione e la ricchezza del colpo d’occhio, non è un risultato scontato. Aggiungo anche che, attivando l’FSR e il Frame generator, è possibile spingere verso l’alto qualche settaggio in più, magari arrivando a “Medio” e accontentandosi dei 30 fps. Tantissima roba per una console portatile che, pur carenata, risulta essere comunque estremamente limitata. Nota importante è poi quella che questa recensione è stata stilata prima del recentissimo rilascio da parte di Microsoft dell'Automatic Super Resolution, accorgimento che permette di aumentare ulteriormente il frame-rate dei giochi, renderizzandoli internamente a 720p ma producendo una qualità grafica molto simile a quella del 1080p. Al debutto del gioco la situazione non era impeccabile: il frame generation mostrava alcune anomalie e il porting presentava ancora qualche incertezza tecnica, ma una delle primissime patch è intervenuta rapidamente a sistemare il problema, rendendo l’esperienza più solida.



Commenti