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img The Division 2
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Recensione - The Division 2

Agenti della Divisione, ci sentite? Questa chiamata è per voi. A distanza di 3 anni dall’uscita del primo capitolo, Ubisoft e Massive Entertainment ci propongono l'avventura di The Division 2, ambientata sempre nel presente alternativo ideato da Tom Clancy ma stavolra è la capitale Washington D.C. ad avere bisogno delle forze speciali per sopravvivere all’epidemia e alle sue conseguenze. Non perdete tempo, dunque. Equipaggiate il vostro arsenale migliore e tuffatevi nella nostra recensione.

Il Gioco

Sono passati 7 mesi da quando il “Veleno Verde”, così viene chiamato il virus creato dal Dr. Gordon Amherest, è stato diffuso approfittando dell’euforia del Black Friday per causare un’epidemia capace di mettere rapidamente in ginocchio non solo la città di New York, vero e proprio focolaio della malattia, ma gli interi Stati Uniti. Dopo essersi prodigata per aiutare la JFT nelle operazioni di soccorso, aver contrastato la dilagante ondata di criminalità che ha inevitabilmente invaso le strade innevate di New York e aver scoperto i motivi che hanno spinto il Dr. Amherest a diffondere l’agente patogeno, La Divisione, il reparto speciale composto da agenti dormienti della Strategic Homeland Security “risvegliati” dal Presidente attraverso la Direttiva 51, riceve una richiesta di aiuto proveniente da Washington D.C. La capitale degli Stati Uniti, identificata da tutti come uno dei punti fermi della rinascita del Paese, è infatti tenuta in scacco da bande criminali più o meno organizzate che, analogamente a quanto accaduto a New York, stanno approfittando della situazione disperata per tentare di prendere il controllo della città. Qui entriamo in gioco noi, o meglio il nostro alter-ego all’interno del titolo. Quali agenti della Divisione veniamo infatti inviati a Washington D.C. dopo una breve sequenza iniziale, che funge da tutorial di base e che fa da transizione tra le due ambientazioni. Una volta qui, il giocatore viene immediatamente coinvolto nelle operazioni di difesa e ri-conquista gestite dalla Divisione, che nel corso delle oltre 30 ore necessarie per completare la trama lo vedranno impegnato a liberare i vari quartieri della città e a riattivare progressivamente la rete di comunicazione SHADE in un classico mix di missioni principali e secondarie che vengono rivelate passo dopo passo al giocatore dalla base operativa, allestita per l’occasione all’interno della Casa Bianca.

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Questa è, al netto di ogni possibile spoiler passato e futuro, la trama che fa da sfondo a The Division 2, il secondo capitolo della saga di sparatutto in terza persona a tinte RPG lanciata sul mercato da Ubisoft nel 2016. Il nuovo episodio, come già largamente preannunciato, non rappresenta una rivoluzione, ma una versione più matura e rifinita del sistema di gioco originale, capace comunque di raccogliere consensi nonostante alcuni inevitabili difetti di gioventù. Il gameplay alla base del nuovo titolo di Massive Entertainment, fatto di sparatorie tattiche nelle quali la scelta dell’equipaggiamento migliore e del riparo più sicuro dal quale sporgersi per fare fuoco possono fare la differenza tra la vita e la morte, è rimasto praticamente immutato, così come il sistema di controllo e la struttura generale dell’avventura. Dopo aver creato il proprio alter-ego attraverso un classico editor, chi impugna il pad si ritrova infatti a controllare il proprio personaggio all’interno di un mondo aperto, esplorabile sia da soli che in compagnia di un massimo di altri 3 Agenti, che possono essere reclutati tramite invito o attraverso il classico matchmaking, attivabile in qualunque momento per trovare compagni con i quali condividere l’intera esperienza, missioni legate alla trama incluse. Quest’ultime rappresentano però solo una piccola parte delle numerose attività che gli Agenti si trovano ad affrontare nelle strade di Washington. La riconquista della città infatti non può infatti prescindere dalla liberazione di luoghi simbolo e posizioni strategiche, chiamati rispettivamente Insediamenti e avamposti, e dal contrastare continuamente le attività criminali portate avanti dalle diverse organizzazioni. L’elenco di attività collaterali, alcune delle quali vengono generate casualmente nel corso delle sessioni, è davvero lungo e include la conquista di aree specifiche, la liberazione di ostaggi, il recupero di oggetti chiave, gli assalti (o la difesa) di convogli che trasportano rifornimenti, le immancabili Roccaforti e molto altro ancora.

MX Video - The Division 2

Tutte queste attività permettono come di consueto al giocatore di raccogliere oggetti, di accumulare crediti da spendere per acquistare nuovo equipaggiamento e di far progredire il proprio Agente, la base operativa e i vari insediamenti principali. Qui le differenze con il passato iniziano a farsi notare un po’ di più, ma andiamo con ordine. Man mano che sale di livello il nostro alter-ego ottiene dei punti Abilità, che possono essere spesi per sbloccare uno degli 8 strumenti tecnologici sviluppati per incrementare le capacità difensive degli Agenti. Il catalogo delle dotazioni utilizzabili sul campo di battaglia dopo averle assegnate a uno dei due tasti dorsali, che include torrette difensive, scudi, droni, lanciatori chimici e altri simpatici accessori, non solo è molto vario ma può anche essere personalizzato in modo puntuale dal giocatore attraverso numerose varianti, offensive o difensive, che possono essere sbloccate utilizzando le componenti di tecnologia SHADE ottenute come ricompense per le missioni completate o raccolte durante l’esplorazione. Salendo di livello il giocatore può inoltre equipaggiare armi e dotazioni più performanti. The Division 2 include, proprio come il suo predecessore, 7 categorie di armi differenti e un nutrito elenco di accessori come fondine, corazze, guanti e simili, ognuna delle quali è dotata di caratteristiche uniche che dipendono non solo dal livello, ma anche dal grado di rarità delle stesse, che viene identificato anche in questa occasione dal colore e che corrisponde ad un numero crescente di bonus e malus passivi o attivabili, come nel caso delle armi, solo completando specifiche sfide o soddisfacendo requisiti precisi. Alcuni oggetti inoltre faranno parte dello stesso “brand”, il che permette di sbloccare vantaggi aggiuntivi quando si indossano 2 o più elementi della stessa famiglia.

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Alcune parti dell’equipaggiamento, così come gli strumenti sbloccabili consumando punti Abilità, possiedono inoltre uno o più slot dedicati ad accessori e mod tramite i quali si può modificarne sia l’aspetto estetico che le caratteristiche base. Le modifiche estetiche, così come i capi di abbigliamento con i quali personalizzare l’aspetto del personaggio, possono essere recuperate sul campo di battaglia o acquistate nello store dedicato presente all’interno del gioco spendendo crediti Premium, ottenibili tramite classiche microtransazioni, mentre gli accessori relativi all’equipaggiamento non solo possono essere raccolti, ma possono anche essere craftati, così come tutto il resto, consumando le risorse raccolte esplorando o smantellando gli oggetti dei quali sentiamo di non avere più bisogno. Per farlo è però necessario possedere o sbloccare il relativo progetto, il che ci permette di parlare anche di un altro aspetto legato alla progressione all’interno di The Division 2. Nel nuovo titolo di Massive Entertainment infatti non bisogna solo far crescere il proprio personaggio, ma anche la base operativa e gli insediamenti presenti in città ottenendo in cambio, in aggiunta ai classici punti esperienza e alla ricompense monetarie, anche la fedeltà di alcuni NPC, i quali torneranno alla Casa Bianca per occuparsi di specifiche attività come il poligono di tiro, l’area fai da te o l’intelligence, e tanti utili progetti. Per ottenere tutto ciò non basta però completare le numerose missioni secondarie proposte nei rispettivi insediamenti, ma è necessario contribuire al benessere e allo sviluppo degli stessi donando materiali ed equipaggiamenti o completando particolari attività per le strade delle città.

In The Division 2 fanno poi ritorno le “Zone Nere”, ovvero aree della mappa ancora contaminate dal Veleno Verde nelle quali squadre di giocatori umani possono decidere di cooperare o di darsi battaglia mentre tentano di sopravvivere ai nemici controllati dalla I.A. e di recuperare equipaggiamenti speciali, che prima di poter essere utilizzati devono però essere decontaminati. Per farlo è necessario raggiungere delle specifiche aree della Zona Nera e richiedere l’intervento di un elicottero, cercando nel frattempo di non farsi sottrarre il prezioso bottino. Uccidere gli altri agenti e rubare non sono però azioni da compiere troppo alla leggera. I giocatori che decidono di “macchiarsi” di questi crimini diventano infatti dei “traditori”, esponendosi così al rischio di affrontare scontri in PvP, che a differenza di quanto accadeva in passato rimangono disattivati fino a quando il giocatore non viene etichettato come tale. Lo status di traditore si articola su tre livelli crescenti, ai quali corrispondono ricompense e “via di uscita differenti”. Chi si dedica solo al furto diventa un traditore “semplice”, il che non comporta altre conseguenze se non quella di poter essere attaccati. Nel momento in cui si uccide un altro agente si diventa però dei Rinnegati, con conseguente comparsa di una taglia sulla propria testa, la cui entità e durata variano in modo proporzionale alle azioni commesse. Per uscire da questo status, e ottenere le ricompense, bisogna resistere fino a quando la taglia non scade, altrimenti sarà il nostro killer a riscuoterle. Coloro che uccidono un discreto numero di Agenti diventano poi i bersagli di vere e proprie “Cacce all’Uomo”, dalle quali è possibile uscire solo raggiungendo uno dei terminali SHADE presenti nella zona, attraverso cui è possibile ripulire la propria fedina o, perché no, incrementare ulteriormente la propria reputazione per ottenere ancora più ricompense.

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Queste però non sono le uniche differenze presenti. I più attenti avranno sicuramente notato la declinazione al plurale del termine Zona, che sottolinea come in questo secondo capitolo le aree infette siano addirittura 3, ognuna delle quali propone ai giocatori un teatro di battaglia differente presentato attraverso una missione specifica. Per evitare il ripetersi delle situazioni “tossiche” viste nel primo capitolo, gli sviluppatori hanno inoltre deciso di normalizzare le statistiche legate agli equipaggiamenti di chi si avventura nelle Zone Nere, così da porre l’accento sulle capacità dei giocatori piuttosto che sulle loro dotazioni. Le Zone Nere inoltre non rappresentano però l’unica componente PvP presente in The Division 2. Per venire incontro alle richieste della community, il nuovo capitolo include anche una modalità di scontro tra giocatori più convenzionale accessibile in qualunque momento dopo aver completato il prologo iniziale, chiamata Conflitto. Qui al momento trovano spazio due tipologie di sfide classiche, ovvero Schermaglia e Dominio. Anche in questo caso le statistiche delle dotazioni vengono normalizzate prima di ogni incontro ed è presente una progressione separata rispetto a quella del titolo principale, così come accade nelle Zone Nere.

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Parlando della progressione è poi impossibile non spendere due parole sul sistema di gestione delle sessioni cooperative, capace di ridurre il divario tra Agenti di livelli diversi grazie ad un sistema di adattamento dinamico della difficoltà affiancato da un sistema di “boost” che innalza il livello dei giocatori più deboli per rendere più equilibrata l’intera esperienza. Il sistema permette inoltre di scambiarsi le armi raccolte mentre si gioca in gruppo, così da favorire una gestione meno limitata dal loot . Ad ulteriore riprova dell’importanza rivestita dalla cooperazione tra i giocatori, l’ultima fatica di Massive Entertainment consente di creare Clan all’interno del gioco, attraverso i quali è possibile accedere a sfide specifiche (con relative ricompense) e che possono essere personalizzati sia dal punto di vista grafico sia per quanto riguarda lo stile di gioco o il ruolo dei singoli membri all’interno dello stesso, con tanto di bacheca messaggi e due canali di chat vocale dedicati.

Uno degli aspetti fondamentali di un gioco come The Division 2 è ovviamente l’end-game, e anche da questo punto di vista il team di sviluppo sembra aver fatto tesoro dell’esperienza accumulata con il primo capitolo. Una volta raggiunto il level cap, fissato al livello 30, il giocatore ha infatti accesso a una vasta serie di attività inedite e a nuovi sistemi di personalizzazione del proprio alter-ego. Innanzitutto il raggiungimento del livello giocatore più alto è un requisito essenziale per poter affrontare la missione finale e alcune delle attività secondarie. Una volta conclusa la campagna i giocatori si vedranno poi costretti a fronteggiare una fazione capace di rimescolare completamente le carte in tavola e di offrire tanti nuovi stimoli, che vanno dalla possibilità di rigiocare le missioni principali affrontando però i nuovi avversari, sensibilmente più ostici di quelli standard, alla necessità di dover liberare nuovamente gli insediamenti e gli avamposti, passando per eventi a tempo, Zone Nere occupate dai nuovi nemici e taglie di alto livello, che possono essere ottenute solo dopo aver raggiunto un determinato livello di prestigio liberando le varie Roccaforti presenti. Passare da una “fascia” all’altra però non porta con sé solo benefici o nuove opportunità. Ad ogni step gli avversari diventano infatti più letali e molte delle dinamiche di gioco variano per dare al giocatore l’impressione di trovarsi in un mondo in costante mutamento. Le novità però non finiscono qui. Una volta raggiunto il livello 30, il giocatore ottiene infatti l’accesso alle 3 Specializzazioni attualmente disponibili, attraverso le quali è possibile ottenere nuove abilità e armi speciali, dette Distintive. Ognuna di queste Specializzazioni offre al giocatore un approccio specifico ed è possibile passare liberamente da una all’altra nel corso dell’avventura così da caratterizzare al meglio il proprio alter-ego. Anche la modalità di gestione dell’equipaggiamento varia una volta raggiunto l’end-game, passando a una classificazione non più basata sui livelli del giocatore ma sul valore complessivo della dotazione.

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A sorreggere tecnicamente The Division 2 ci pensa nuovamente il motore grafico proprietario Snowdrop, capace di raggiungere una risoluzione 4K nativa su Xbox One X e una risoluzione variabile tra 1080p e 900p su Xbox One e One S, con frame-rate bloccato a 30 fps in entrambe le versioni e pieno supporto alla tecnologia HDR dove disponibile. Il secondo capitolo della saga di The Division beneficia inoltre del pieno supporto alla tecnologia Dolby Atmos, che permette ai giocatori di apprezzare in modo ancora più coinvolgente il comparto sonoro del titolo, la colonna sonora originale e il doppiaggio completo in lingua italiana.

Amore

Gameplay coinvolgente

- Una delle cose che più mi hanno colpito di The Division 2 è sicuramente la sua capacità di tenere il giocatore incollato allo schermo per ore e ore con una miscela di sparatorie impegnative, sviluppo del personaggio e incarichi ben strutturati. Sia chiaro, il titolo di Massive Entertainment non inventa nulla di nuovo, né se lo si confronta con il suo predecessore né se lo si paragona con la concorrenza, ma riesce nel difficile compito di amalgamare tutti questi elementi e di proporre al giocatore una varietà di situazioni tale da mascherare quasi del tutto la ripetitività e le fasi di “grinding” che caratterizzano il genere.

End-game

- Uno dei punti deboli del primo capitolo era innegabilmente la scarsa mole di contenuti messi a disposizione del giocatore una volta raggiunto il livello massimo. Non c’è quindi da stupirsi se uno degli aspetti principali sul quale si sono concentrati gli sviluppatori in The Division 2 sia proprio l’end-game, che sfrutta in modo molto intelligente l’escamotage legato alla nuova fazione per “resettare” le attività e convincere il giocatore a ripetere dall’inizio missioni e incarichi. A questo si sommano poi la presenza di un livello di difficoltà più elevato, accompagnato da nuove opportunità di personalizzazione, la possibilità di ottenere nuove ricompense e una maggiore dinamicità del mondo di gioco. Ingredienti semplici ma che sembrano trovare il loro habitat naturale nelle strade quasi disabitate di Washington D.C. Proporre al lancio una mole di contenuti capace di catturare l’attenzione del giocatore per oltre 50 ore (questo il tempo minimo necessario se si vuole tentare di provare tutto quello che il gioco ha da offrire) è già di per sé un risultato notevole, ma il fatto che The Division 2 riesca ad essere molto coinvolgente anche dopo aver completato la campagna principale è segno che gli sviluppatori hanno davvero fatto centro stavolta.

Direzione artistica

- The Division 2 non è un titolo spacca mascella, almeno se lo si guarda con superficialità. Il motore grafico Snowdrop infatti mette in mostra un livello di dettaglio strabiliante, evidente soprattutto nelle sezioni al chiuso, una gestione delle fonti di luce molto convincente e una buona varietà di condizioni meteo, ma spesso offre il fianco a qualche critica per via di una distanza visiva non sempre all’altezza delle aspettative, per la realizzazione approssimativa di alcuni elementi e per una resa finale dei personaggi fin troppo plasticosa. Difetti che per fortuna vengono quasi completamente oscurati dalla capacità del motore grafico di sottolineare la maestosità della città di Washington e la maggior varietà di situazioni concessa dall’ambientazione con scorci indimenticabili e giochi di luce di alto livello, dalla presenza di innumerevoli elementi interattivi, che reagiscono in maniera convincente anche nelle situazioni più concitate, e dalla solidità del motore grafico, che non perde colpi nemmeno quando il caos dilaga, le esplosioni si susseguono e il motore fisico è costretto a fare gli straordinari per tradurre sullo schermo la frenesia degli scontri a fuoco. Un risultato notevole che non solo riesce a non far rimpiangere le strade innevate di Manhattan ma, anzi, prende coraggiosamente le distanze dal suo predecessore per offrire al giocatore un’ambientazione di grande carattere.

I.A.

- In The Division 2, così come nel primo capitolo, i nemici rappresentano una minaccia costante capace di mettere in estrema difficoltà il giocatore anche dopo molte ore di gioco. Gli avversari non solo sono sempre più numerosi, e spesso più resistenti, degli Agenti, ma possono contare su un’intelligenza artificiale particolarmente aggressiva che incalza senza tregua le squadre della Divisione, rendendo le sparatorie molto più intense. Tattiche di aggiramento, fuoco di copertura e uso costante dell’equipaggiamento sono solo alcuni dei punti di forza delle numerose routine di gestione della I.A. che, abbinate ad un progressivo aumento della difficoltà generale, consentono a questo nuovo capitolo di offrire ai giocatori un livello di sfida soddisfacente ed equilibrato in qualunque situazione.

Dolby Atmos

- Il nuovo standard audio sviluppato da Dolby non ha certo bisogno di presentazioni o di essere elogiato, ma non sempre le software house riescono a sfruttarne a dovere le capacità nei loro giochi. Per fortuna questo non è il caso di The Division 2, che esclusivamente su Xbox One e Windows integra questa tecnologia in modo magistrale per proporre al giocatore un’esperienza estremamente coinvolgente. Possiamo sentire “letteralmente” gli avversari che ci accerchiano o che si avvicinano, capire con precisione da dove arrivando i proiettili , anche senza guardare, e godere di esplosioni capaci di lasciare letteralmente senza fiato. Un risultato davvero incredibile, che contribuisce a rendere l’intera avventura ancora più entusiasmante.

Clan

- Non sempre i giochi con una forte componente cooperativa permettono ai giocatori di organizzarsi con facilità all’interno del titolo. Proprio per questo motivo sono rimasto profondamente colpito dalla gestione dei Clan presente in The Division 2, che mette a disposizione degli Agenti tutti gli strumenti necessari per dare vita a una vera e propria community. Si tratta di un sistema tutto sommato semplice, ma che espande notevolmente l’orizzonte cooperativo rendendo la vita più facile a tutti coloro che amano far parte di un gruppo quando giocano a titoli simili.

Odio

PvP ancora da ottimizzare

- Nonostante le novità introdotte, sia per quanto riguarda le modalità sia dal punto di vista del bilanciamento generale, le componenti PvP presenti in The Division 2 continuano a non convincere appieno. Le Zone Nere, seppur molto più godibili rispetto a quelle del primo capitolo, presentano ancora margini di miglioramento, sia per quanto riguarda la gestione del loot, non sempre adeguato all’impegno necessario per uscire vivi dalle aree contaminate, sia per quando riguarda il bilanciamento degli scontri a fuoco tra le varie squadre, che evidenziano nuovamente i limiti del gunplay presente nel titolo. Limiti che appaiono ancora più evidenti nella modalità Conflitto, richiesta a gran voce dalla community ma che, allo stato attuale, sembra essere uno degli elementi meno rifiniti dell’intero prodotto. Le mappe sono fin troppo piccole, il che si traduce in scontri a fuoco caotici e poco gratificanti resi ancora più fastidiosi dalla velocità di movimento degli Agenti, di fatto non adeguata ad una modalità di gioco simile. Tutti elementi che sono sicuro verranno migliorati dagli sviluppatori nel corso dei prossimi mesi ma che, ad oggi, penalizzano un po’ gli scontri tra giocatori in carne e ossa.

Trama fin troppo evanescente

- Sinceramente non mi aspettavo di trovare in The Division 2 una trama da Oscar, ma nemmeno una sceneggiatura così banale. Sin dai primi istanti ho avuto la sensazione che l’intera vicenda fosse solo un pretesto per mandare il giocatore a Washington D.C. e fargli affrontare una lunga sequenza di incarichi, e posso dire con moderata certezza di non essermi sbagliato. La trama alla base di questo nuovo capitolo quasi non esiste, e la mancanza dell’elemento novità rappresentato dall’ambientazione e dall’epidemia non fa che sottolineare la totale assenza di idee originali o di un qualsivoglia intreccio. Un vero peccato, soprattutto se si considera che la serie, con l’uso degli Echi e delle registrazioni, ha sicuramente il pregio di aver trovato uno dei modi migliori di gestire la narrazione, da sempre elemento problematico di questo genere di titoli.

Bug

- Anche The Division 2, così come molti altri titoli del gruppo "Game as a Service", è arrivato sul mercato portandosi dietro qualche problema di troppo. Oltre alle difficoltà legate all’inevitabile sovraffollamento dei server nel primo weekend, con conseguenti problemi di stabilità generale, e a piccoli problemi grafici, i giocatori si sono infatti trovati ad affrontare un discreto numero di fastidiosi bug, alcuni dei quali hanno inibito l’utilizzo corretto delle abilità, reso difficoltoso il gioco in gruppo o impedito il completamento di missioni fondamentali per proseguire. Gli sviluppatori per fortuna non si sono fatti trovare impreparati e hanno subito rilasciato le prime fix, alle quali seguiranno le consuete patch correttive nelle prossime settimane, ma onestamente credo si potesse (e dovesse) fare di più per limitare al minimo queste situazioni.

Tutorial non sempre esaustivo

- The Division 2 è un titolo mastodontico e, come tale, propone al giocatore una vasta gamma di attività, un numero sproporzionato di statistiche e un menu di gioco estremamente ramificato. Tutti elementi positivi, sia chiaro, che garantiscono al gioco la giusta profondità. Il problema però è che in molte occasioni il gioco si limita a dare delle indicazioni generali su come gestire un aspetto, senza entrare nel dettaglio. Probabilmente si tratta di una scelta fatta in modo consapevole degli sviluppatori per non rendere le spiegazioni troppo verbose, ma che si traduce in più di un’occasione in un senso di “abbandono” e di confusione da parte del giocatore, che svaniscono solo dopo aver accumulato tante ore di gioco sulle spalle e aver scoperto sul campo come funziona una determinata meccanica o come eseguire una particolare azione.

Tiriamo le somme

The Division 2 non rappresenta una rivoluzione ma piuttosto un esempio di come andrebbe sviluppato un sequel basandosi sull’esperienza accumulata e sui feedback ricevuti. Il nuovo sparatutto di Massive Entertainment ripropone fedelmente tutti gli elementi di gameplay che hanno permesso al capitolo originale di fare breccia nel cuore dei giocatori, e migliora in modo sensibile quelli più deboli, primo su tutti l’end-game. Dalla somma di tutti questi elementi nasce un titolo dotato di un gameplay solido e stratificato, capace di coinvolgere il giocatore per tantissime ore e di non risultare mai noioso, sia quando si gioca da soli sia quando si gioca in compagnia. Qualche difetto c’è ancora, legato principalmente al bilanciamento del PvP e alla trama, ma si tratta di aspetti secondari che intaccano solo in minima parte il valore di un titolo che gli amanti del genere, e non solo quelli che hanno apprezzato il primo capitolo, dovrebbero sicuramente prendere in considerazione.
8.8

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L'autore

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Classe 1985 e cresciuto a pane, Commodore e Amiga, nel 1991 riceve il suo primo NES e da allora niente è più lo stesso. Attraversa tutte le generazioni di console tra platform, GDR, giochi di guida e FPS fino al 2004, quando approda su Xbox. Ancora oggi, a distanza di anni, vive consumato da questo sentimento dividendosi tra famiglia, lavoro, videogiochi, corsa, cinema e serie TV, nell’attesa che qualcuno scopra come rallentare il tempo per permettergli di dormire almeno un paio d’ore per notte.

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