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img Valiant Hearts: The Great War

Recensione - Valiant Hearts: The Great War

Il rumore di una macchina che si avvicina, la scena di un giovane che prende lo slancio saltando sul predellino della vettura. Due spari, e l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo che con l’ultimo filo di voce supplica la moglie Sofia di resistere per il bene dei loro figli. Il 28 Giugno di cento anni fa, un gesto tanto semplice nella sua esecuzione trascinava il mondo degli imperi e delle colonie in un tritacarne mai immaginato nel peggiore degli incubi. L’attentato fu portato a termine da Gavrilo Princip, un giovane serbo di diciannove anni dedito alla causa della Giovane Bosnia. Princip muore di tubercolosi quattro anni dopo, in carcere. Fa in tempo a vedere l’abisso nato dal foro nel petto dell’arciduca, un abisso in cui vengono inghiottiti milioni di giovani come lui. Ed è attraverso gli occhi delle persone che hanno sacrificato tutto quello che avevano che Ubisoft ha deciso di celebrare il centenario della Prima Guerra Mondiale con Valiant Hearts: The Great War. Silenzio in sala, va in scena la Grande Guerra.

Il Gioco

Diffidate delle scuole, delle lezioni di storia, dei professori che iniziano la Prima Guerra Mondiale dall’attentato di Sarajevo. La Storia, con la S, è molto più complicata e molto più crudele. I colpi sparati sull’auto dell’erede austro-ungarico sono solo la proverbiale scintilla che ha dato fuoco a polveri sedimentate fin dal 1870. I generali, gli intellettuali, i re e gli imperatori avevano lo sguardo ben fisso all’orizzonte e hanno visto arrivare il nero di una tempesta in grado di fermare la civiltà con largo anticipo. Le persone comuni, i contadini, gli operai, gli studenti, hanno invece scorto quelle nuvole oscure solo quando sono arrivate a gettare l’ombra sul loro cammino, ma, come accade di solito è sempre troppo tardi. Lo scopre Karl, bracciante tedesco sposato con la francese Marie, quando i gendarmi della Repubblica lo vengono a prelevare per rispedirlo in Germania. Non importa che ci sia un figlio senza un padre, la guerra lo esige. Ancora in lacrime per la perdita, Marie vede partire anche il padre, Emile, arruolato per il fronte occidentale. Una figlia senza il padre, la guerra lo esige. Così inizia la storia di Karl ed Emile, così inizia anche Valiant Hearts: The Great War. Attraverso il loro cammino lungo il fonte occidentale, Ubisoft racconta il dramma di un conflitto che nessuno aveva pensato potesse ridursi ad uno strisciare nel fango delle trincee di confine. Prima di partire per il fronte Emile conosce Freddie, un americano che si è arruolato volontario per portare la sua vendetta oltre le linee tedesche. Tutti e tre, infine, incroceranno il loro cammino con Anna, studentessa belga originaria di Ypres, una delle città più duramente colpite dal conflitto. Anna è alla ricerca del padre, rapito dalle truppe del Kaiser per scopi militari. Valiant Hearts: The Great War è un racconto corale e pertanto io qui mi zittisco lasciando che sia il gioco a parlare, a svelare i destini dei quattro (anche cinque) protagonisti. Posso comunque indirizzare il mio discorso sulle meccaniche e sullo stile scelti dal team di sviluppo.

Valiant Hearts: The Great War non può essere definito un platform, non pretende grandi doti atletiche dai sui personaggi. Non è nemmeno un action o un adventure. Forse la definizione più vicina alla natura del gioco è quella di puzzle, solo in virtù del fatto che per poter proseguire con la storia è necessario mettere le cose al loro posto. Sviluppato su un asse orizzontale (e bidimensionale), Valiant Hearts: The Great War richiede al giocatore di proseguire lungo la trama risolvendo i rompicapo che ostacolano le storie di Karl, Anna, Emile e Freddie. Può essere un semplicissimo filo spinato da tagliare così come il dover trovare dei medicinali in una trincea, salvare un commilitone rimasto intrappolato in una galleria e via dicendo. Tutto può essere realizzato solamente per gradi, risolvendo di volta in volta i piccoli problemi che si presentano. Per accedere all’infermeria, che contiene i medicinali, è necessario allontanare la guardia con cane che presidia l’entrata. Serve quindi una salsiccia per distrarre il cane. Ma il cuoco non ce la vuole dare a meno che non troviamo la sua pipa... persa nelle baracche dei soldati durante una partita di poker finita male. Non è comunque possibile accedere alla bisca clandestina senza avere un lasciapassare che si trova solo in lavanderia. Locale chiuso per manutenzione, a meno che non si trovi la chiave per aprire la porta sul retro.

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Tutti questi enigmi, comunque, sono inseriti senza soluzione di continuità e fungono da rulli per i cingoli della trama capace così di scorrere senza problemi fino a destinazione. La loro difficoltà è veramente a livelli amatoriali, una scelta voluta sia chiaro. Bloccare il giocatore per un’ora in una stanza non sarebbe stato salutare per l’esperienza nel suo insieme: Valiant Hearts: The Great War è una storia prima di tutto. Una commemorazione. Tanto che anche i diversi collezionabili raccontano aspetti storici del primo conflitto mondiale. La gavetta, le piastrine, i bastoni, la baionetta. Tutti gli oggetti da raccogliere svelano un aspetto di quei quattro anni devastanti.

Il gioco è diviso in quattro capitoli, ognuno dedicato ad un anno del conflitto (più o meno) ed il tutto può essere completato in circa 8 ore, 9 se si vuole prestare attenzione a tutto quello che c’è da leggere e raccogliere. Una prestazione che ultimamente faticano a raggiungere produzioni AAA. Senza contare che la trama, i colpi di scena, i capovolgimenti rendono Valiant Hearts: The Great War uno dei racconti più interessanti di questo inizio di generazione.

Amore

Che sia sempre UbiArt

- Dopo i due ultimi Rayman e Child of Light, Valiant Hearts: The Great War è l'ennesimo titolo Ubisoft a sfruttare il motore grafico chiamato UbiArt Framework, e visto il risultato c’è da implorare il cielo che non sia l’ultimo, ma solo il precursore di tanti altri capolavori del genere. Il piacevolissimo contrasto che si crea fra la direzione artistica e le tematiche trattate, poi, è un tocco di eleganza che non tutti i giochi possono vantare. Ad un’occhiata molto superficiale si potrebbe scambiare Valiant Hearts: The Great War per una caricatura in movimento. Ma il lavoro fatto da Ubisoft Montpellier è impeccabile riuscendo a non scadere mai nella battuta visiva sempliciotta. Quando scappa il sorriso è in onore dell’intelligenza con cui viene presentata una situazione di per sé grottesca, o satirizzata con la giusta delicatezza. I cliché che potrebbero essere estrapolati dalla Grande Guerra, e dai popoli coinvolti, vengono ripresi e utilizzati con rara bravura. Anche tutto il processo comunicativo usato per dare obiettivi e indicazioni al giocatore è un piacere da vedere e “subire”. In poche parole, Valiant Hearts: The Great War sfoggia un lavoro semiotico di altissimo livello, secondo soltanto, forse, a quello artistico. Di certo l’unione delle due cose crea la classica situazione in cui la somma è maggiore delle parti coinvolte.

Onore ai caduti

- Scegliendo di collaborare con Mission Centenarie 14-18 e Apocalypse 10 Lives, Ubisoft dichiara con forza che Valiant Hearts: The Great War è un deciso atto di commemorazione della Grande Guerra. La presenza di lettere autentiche scritte dai soldati di ogni nazionalità unita a foto d’epoca rielaborate a colori, con tanto di didascalia d’approfondimento, sono il giusto corredo storico ad un gioco che con la sua trama e i suoi scenari porta sul palco una piccola porzione del conflitto. Capace comunque di rendere l’idea di quale inferno sia giunto nell’Europa di inizio ‘900. Meritevole anche la scelta di concentrare una parte dello sforzo narrativo sulle vicende che hanno coinvolto il nostro paese.

Sempre attenti bisogna stare

- Si parlava di enigmi semplici, è vero, ma non si confonda tale assunto come un’implicita confessione di banalità o ripetitività. Anzi, è vero il contrario. Pur non rivoluzionando il genere ad ogni passo, gli enigmi di Valiant Hearts: The Great War hanno quel tanto di variazione e originalità da permettere di completare il gioco senza mai aver la sensazione di ripetere azioni già compiute in precedenza. Se le regole del gameplay sono facili, la loro applicazione rimane comunque sempre sopra la soglia d’interesse necessaria per non annoiare, frustrare o rendersi ridicoli. La presenza di un compagno a quattro zampe, infine, aggiunge un’altra dimensione a certi rompicapo. Il fido commilitone (detto anche commilitone Fido) può essere indirizzato verso leve, oggetti, nemici. Inoltre può recuperare elementi utili a proseguire lungo il cammino, o semplicemente avvisare di pericoli incombenti. In genere storco il naso quando un gioco mi costringe ad avere compagnia (IA based), ma nel caso di Valiant Hearts: The Great War tutto è calcolato con la giusta precisione e sapienza. Senza contare, comunque, la tensione emotiva derivante dall’attraversare un teatro di guerra con un cane a cui, bene o male, ci si affeziona.

...alla Bersagliera!

- Valiant Hearts: The Great War è riuscito ad offrirmi uno dei momenti più divertenti e ispirati mai avuti dall’inizio di questa generazione. Una perfetta unione di stile, arte, musica e gioco. Durante i vari capitoli ci sono delle sessioni in cui bisogna “guidare” una macchina per scappare da Parigi. Il tutto si limita a spostare il veicolo a destra o sinistra per evitare gli ostacoli, ma il fatto è che tutto quello che si muove è a tempo di musica, un esperimento già messo in pratica da Ubisoft con Rayman, e che in Valiant Hearts: The Great War replica una performance eccezionale. Una porzione di puro stile che da solo varrebbe il prezzo del biglietto.

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Odio

Ops! Stava per scivolare, mister...

- Il combattimento con i boss, che poi è uno solo, è forse l’unico momento in cui Valiant Hearts: The Great War pende un po’ troppo verso una caricatura del tutto, uno scappelamento a destra in direzione Metal Slug che stona con tutto l’impianto narrativo e “serioso” applicato prima e dopo. Un peccatuccio che non scalfisce nemmeno per errore il valore totale dell’opera ma che chiede comunque la cortesia al giocatore di chiudere un occhio. Fatto forse anche per alleggerire un tema non facile da trattare con il giusto equilibrio.

Il finale...

- Mi ha commosso. Sono un uomo, non sono cose da farsi. Consiglio comunque, con viva e vibrante solerzia, di non leggere anticipatamente la lista degli obbiettivi per evitare rivelazioni fastidiose.

Tiriamo le somme

Ieri, dopo aver completato Valiant Hearts: The Great War, sono uscito per andare ad un concerto. Durante l’evento mi sono fermato a riflettere. Eravamo, ad occhio e croce, diecimila persone. Tantissimi, ognuno con la sua testa, le sue idee, emozioni, storie, progetti. Eppure nulla in confronto ai numeri di Verdun, della Somme. Battaglie che in pochi giorni, in poche ore a volte, hanno bruciato, spazzato via dalla Terra e dal ricordo, centinaia di migliaia di persone. Storie interrotte con una violenza tale che solo la follia potrebbe spiegare a denti stretti. La Prima Guerra mondiale è una fatale interruzione di tutto quello che potrebbe rendere grande l’essere umano e Valiant Hearts: The Great War è un esempio di cosa significa lavorare per il bello piuttosto che per piantare diciassette milioni (MILIONI!) di croci nel suolo.
9.4

Recensione realizzata grazie al supporto di Ubisoft e Xbox.


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L'autore

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Un giorno qualcuno gli disse che c'erano altri giochi oltre Age of Empire. Da quel momento è alla ricerca dell'esperienza definitiva, molti sostengono faccia apposta a non trovarla per poter continuare a giocare. Convinto sostenitore de "il voto non fa il gioco", scrive su diversi siti, un paio addirittura creati da lui. Un giorno scomparira nel nulla in un vortice di gameplay, o impazzito scenderà in strada urlando di minacce a New York e brandendo una spada immaginaria.

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Commenti

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