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Close Combat: First to Fight
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Recensione - Close Combat: First to FightXboxGame

“I più forti sostenitori della pace sono coloro che hanno giurato di mettere a repentaglio la loro vita quando scoppia una guerra.”
Gen. Charles Krulak
31ST Commandant USMC



Beirut, 2006. Le milizie integraliste Atash e altre fazioni ribelli, approfittando della lontananza dal Paese del Primo Ministro per motivi di salute, hanno portato la guerriglia fin nel cuore della città. Beirut è ora nel caos, divisa fra i miliziani Libanesi, Siriani, Iraniani e gli integralisti di Tarik Quadan. La legge del più forte vige fra i vicoli dei quartieri di Beirut. L’ONU, con la sua consueta lentezza, decide solo ora di avvallare un’operazione, nome in codice: “Difesa della Pace”, per riportare all’ordine la città ed assicurare i rivoltosi alla giustizia. La punta di diamante dell’operazione è un team di quattro marine dell’esercito degli Stati Uniti d’America. Il team-leader siamo noi. Pronti ad entrare in azione?

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Caratteristiche del gioco
Una delle prime cose su cui un giocatore potrebbe interrogarsi è sicuramente se in Close Combat: First to Fight si abbia la possibilità di sparare. Ovviamente ci riferiamo a tutti coloro che hanno potuto apprezzare la magnificenza di Full Spectrum Warrior ma che sotto sotto sono rimasti con l’amaro in bocca per l’impossibilità di prendere parte alle azioni di gioco in prima persona. Possiamo quindi rassicurare chi ancora non lo sapesse che in Close Combat: First to Fight questo sarà possibile. Infatti, uno dei punti cardine su cui gli sviluppatori di questo titolo hanno lavorato è stato proprio la ricerca di un approccio diretto al gioco che fosse in grado di trasmettere al giocatore la sensazione di essere un vero marine in zona di guerra.
La nostra missione, come detto, ha luogo in una Beirut sconvolta dalla guerriglia. Il nostro obiettivo che si dispiegherà attraverso sei missioni principali sarà principalmente quello di fiaccare la resistenza dei ribelli in certi quartieri chiave della città ma, come se questo non bastasse, nel caso se ne presentasse la possibilità dovremo catturare anche alcuni personaggi di rilievo delle organizzazioni terroristiche. Nel gioco questi saranno individuati da una sigla: BAV (Bersagli di Alto Valore), la cattura dei quali oltre a portarvi una certa soddisfazione avrà il pregio di far alzare il morale al vostro team, cosa da non trascurare quando la prontezza di risposta agli ordini in azione è vitale per riuscire a portare a termine la missione senza perdite. Il morale infatti, nel titolo sviluppato dai Destineer, è un parametro abbastanza di rilievo e di cui dobbiamo tenerne conto. Ai livelli più alti sarà facile veder eseguire male gli ordini impartiti ai vostri sottoposti se questi avranno un carattere indisciplinato e demotivato. La cosa interessante è che anche i nostri nemici godranno di uno stato morale diverso a seconda delle situazioni in cui si trovano. In situazioni di superiorità quindi li vedremo combattere con tenacia e disprezzo del pericolo coprendosi quando si trovano sotto fuoco e iniziando a bersagliarci non appena ci troviamo costretti a ricaricare. Quando però inizieremo ad acquisire la superiorità negli scontri a fuoco, li potremo veder perdere in precisione ed iniziare a far confusione rendendosi così dei facili bersagli. Il morale è quindi un paramentro del gioco molto interessante, ma poteva sicuramente essere oggetto di una cura un po’ più profonda dal momento che comunque non si raggiungono livelli eccelsi.

Oltre al lato psicologico del nostro team dovremo stare attenti più di tutto al lato fisico; quando saremo in battaglia dovremo stare molto attenti quando uno dei nostri viene ferito e recarci subito a , perché nel caso le ferite peggiorassero ci resteranno veramente pochi minuti per stabilizzarlo e chiamare un medico che lo curi e lo faccia evacuare. Certe missioni prevedono la possibilità infatti che si possa perdere un marine in azione, se le perdite però dovessero iniziare ad essere più pesanti dovremo abortire la missione.

Beirut è una città con vicoli molto stretti ed edifici molto alti, il luogo ideale per imboscate o cecchini. A volte ci troveremo in posizioni svantaggiate sotto il fuoco di un carro o sotto il mirino di qualche miliziano e se non riusciremo a venirne fuori da soli potremo richiedere via radio, quando possibile, il supporto di uno dei nostri cecchini oppure nel caso di corazzati l’intervento dei nostri aerei o dei mortai statunitensi per abbattere l’ostacolo fornendo loro le coordinate di tiro.
La situazione più adrenalinica che si prova nelle missioni di Close Combat: First to Fight sono sicuramente le irruzioni. Veri momenti in cui ci si sente trasportati all’interno del gioco. Unica pecca di queste situazioni l’abbiamo trovata nel caso volessimo fare irruzione in qualche stanza gettandovi prima una granata; non si ha la possibilità di sapere se all’interno ci siano o meno civili. La cosa potrebbe essere considerata trascurabile, ma dal momento che i civili non sono nostri nemici e dobbiamo salvaguardarne l’incolumità, nel caso provocassimo troppi "danni collaterali" la missione fallirà. Molto buona la cura del nostro team sotto il profilo tattico, si nota effettivamente l’essenziale consulenza fatta da più di quaranta marines degli Stati Uniti che hanno supportato gli sviluppatori in questo campo.

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Grafica e sonoro
Il comparto grafico è forse il punto debole di questo titolo. Non sappiamo quanto abbia inciso percentualisticamente il fatto che Close Combat: First to Fight sia un titolo multipiattaforma, però era lecito aspettarsi molto di più da un titolo che prometteva grandi cose sotto tutti i punti di vista. La realizzazione degli ambienti in cui opereremo con la nostra squadra è tutto sommato di buon livello, con degli scorci molto caratteristici ed in grado di rendere la Beirut con i suoi edifici ed i banchi dei mercanti per le vie, ma sia la realizzazione dei filmati di gioco veramente sotto la media sia la realizzazione poco curata dei nemici e della popolazione civile lasciano l’amaro in bocca a noi che avevamo grandi prospettive per questo titolo. Per carità, non è che in un gioco in cui si vuol ricercare la tattica e la pianificazione delle azioni come lo può essere benissimo questo titolo ci si vada poi ad impuntare su un aspetto per certi versi secondario come la grafica. Però, se questo parametro rischia di sminuire il livello d’immersione nell’azione di gioco allora non lo si può considerare più secondario. Dal nostro piccolo punto di vista pensiamo che la Xbox abbia fino ad ora dimostrato quanto la si possa spremere ed è un peccato quando in certi punti del gioco ci siamo trovati sotto il fuoco nemico e per eliminarlo siamo stati costretti a dover sparare alle ombre dei nemici nascosti da una fitta nebbiolina grigia messa li per non sovraccaricare troppo i calcoli della console.
La realizzazione grafica del nostro team con il relativo modo di muoversi e rispondere alle varie condizioni di gioco è invece molto più curata: non raggiungiamo la perfezione ma comunque si vede il buon lavoro fatto sui nostri marine. Gli effetti luce, e l’accuratezza delle esplosioni dovute alle bombe a mano, a quelle degli RPG o delle bombe lanciate dagli aerei è tutto sommato discreta ma anche in questo caso non sembra che gli sviluppatori si siano sforzati poi così tanto. Peccato.

Il reparto sonoro è discreto. Si sente la mancanza di quell’adrenalina portata dal sonoro nell’azione che era molto presente in un titolo come Full Spectrum Warrior e che qui quasi non si nota. Nel corso delle varie missioni il sottofondo musicale è dato da tutti quei rumori ambientali che potremmo trovare in una cittadina simile a quella rappresentata, ma il problema è che questi sono troppo affievoliti ed alla fine presi come siamo dall’azione quasi sembrano non esserci. Una loro più marcata “presenza” avrebbe sicuramente portato ad un miglior coinvolgimento nell’azione di gioco. Le voci fuori campo di chi ci trasmette i rapporti dal campo base, il vociferare della gente e dei nemici nelle occasioni in cui vi veniamo a contatto non riescono ad aiutarci ad immergerci appieno nell’azione di gioco: sembrano troppo poco reali, quasi distaccate. Forse dei doppiatori più appassionati avrebbero giovato molto alla riuscita del comparto sonoro. Appaiono invece un po’ più impegnate le voci dei marines nei loro pochi dialoghi, dei giornalisti nei filmati e del nostro alter ego quando richiede il supporto aereo per abbattere qualche postazione di fuoco nemica. In questi casi si, per un po’ ci sembra di essere in zona di guerra. Per quanto riguarda la realizzazione del sonoro delle armi e delle esplosioni siamo su livelli buoni anche se non eccelsi, piuttosto in linea con il livello generale di questa sezione del gioco. Quello che porta su livelli leggermente superiori questo comparto, quello che riesce indubbiamente a far salire l’adrenalina è la musica che sale ed il "Go! Go! Go!" quando ci apprestiamo a dare il via ad un’irruzione in un locale. Veramente una piacevole sensazione.


Longevità e giocabilità
Sotto l’aspetto della longevità il titolo dei Destineer si difende egregiamente dando al giocatore la possibilità di essere rigiocato nella campagna in singolo, magari con l’intento di riuscire ad affinare le proprie tattiche di gioco. Close Combat: First to Fight infatti permette al giocatore di scegliere tra un approccio più da sparatutto con il team che si limita a fasi di copertura oppure ad un approccio molto più tattico e sicuramente più entusiasmante sotto il profilo della leadership dandoci la possibilità di impartire più ordini ai nostri uomini, come coprire certe aeree o supportarci con del fuoco di soppressione. C’è da sottolineare oltre alla campagna in singolo la possibilità di affrontare tale missione assieme ad altri tre amici in cooperativa, o di sfidarci in system-link o sulle mappe in Live fino ad un massimo di otto giocatori. E’ previsto poi del nuovo contenuto scaricabile il quale potrebbe portare al titolo dei Destineer qualche altra ora di entusiasmante divertimento.

Giocabilità. Per un utente che si appresta a giocare per la prima volta con un titolo di questo genere ci saranno un po’ di difficoltà. All’inizio quindi ci sarà bisogno di qualche ora di pratica al livello più facile per prendere la mano con i comandi per poi riuscire a cimentarci ai livelli di difficoltà superiori. Il nostro consiglio per questi utenti è di non mollare alle prime difficoltà ma cercare di far pratica ed alla fine riusciremo a vivere appieno l’esperienza di gioco di Close Combat: First to Fight. Per coloro invece che hanno già giocato in passato a titoli quali la serie di Rainbow Six non troveranno molte difficoltà, anzi si troveranno ad interagire con una interfaccia per impartire i comandi molto simile e soprattutto molto intuitiva e pratica. Menù radiali a schermo e puntatore della nostra arma che cambia colore a seconda delle azioni che possiamo intraprendere in ogni istante quindi avremo sempre tutta la situazione sotto controllo e, cosa importante in questi giochi, nei momenti più caotici non entreremo quasi mai in confusione con i tasti.

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Se Full Spectrum Warrior vi aveva deluso per l’impossibilità di sparare almeno un colpo, se volete provare cosa voglia dire guidare un team in zona di guerra, se volete provare ad essere un marine, allora Close Combat: First to Fight è quanto di più vicino alla realtà si possa chiedere oggi. Non è certo un capolavoro, ma una buona sensazione di gioco riesce a trasmetterla piazzandosi secondo (in un ideale graduatoria) solo al titolo dei Pandemic Studios.


Ringraziamo Take 2 Interactive per la collaborazione.
7.2

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