Recensione - Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2

Il Gioco
Tra le battute più iconiche della saga di Metal Gear Solid c'è quel momento in cui il protagonista si volta verso la telecamera virtuale e, guardando dritto negli occhi il giocatore, esclama "Vi ho fatto aspettare, eh?". Ecco, mai citazione fu più azzeccata: il tempo, uno dei temi portanti di Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots (MGS 4), in questo caso si misura in ben diciotto anni di attesa. Per tutto questo tempo, infatti, l'ultima missione di Solid "Old" Snake è rimasta confinata nell'hardware di PlayStation 3, senza mai ottenere una seconda possibilità con nuove pubblicazioni dopo l'uscita del 2008: una prigionia dovuta alle complessità tecniche di un gioco costruito attorno a uno degli hardware più ostici dell'intera storia del medium videoludico. Ora, finalmente, l'opera più futuristica e sperimentale di Hideo Kojima sbarca su tutte le piattaforme e, per la prima volta su XBOX, è possibile giocare l'intera saga di Metal Gear Solid.Futuristica e sperimentale, dicevamo, perché MGS 4 è il capitolo in cui Kojima si è finalmente ritrovato a briglie sciolte: potendo contare su un hardware che gli permetteva di realizzare tutto ciò che voleva, ha spinto sull'acceleratore della sperimentazione, sia nel gameplay classico della saga sia nella regia e nella narrativa, due elementi che gli stavano tanto a cuore e che, a conti fatti, hanno trasformato Metal Gear Solid in un'icona. Parliamoci chiaro: già nel 2008 l'opera di Kojima era avanti di decenni rispetto agli altri titoli dell'ex ammiraglia Sony, e in Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 MGS 4 si presenta tirato a lucido, con un notevole aumento della risoluzione, che arriva fino al 4K, tempi di caricamento più rapidi e una fluidità garantita da 60 frame al secondo granitici.
Per il resto, tecnicamente il gioco è lo stesso del 2008, dalla mole poligonale all'illuminazione ambientale, dagli effetti alle animazioni dei personaggi. Eppure, nonostante il tempo passato, il tutto risulta ancora credibile e dannatamente valido, perché MGS 4 era già avanti e guardava oltre l'hardware che lo ha tenuto prigioniero per così tanti anni. Questa recensione potrebbe quindi terminare qui: cos'altro si può dire di un gioco del 2008, riesumato con uno sforzo tecnico piuttosto pigro? La verità è che si può dire molto di più, perché nel panorama odierno l'opera si rivela ancora sorprendentemente attuale. Ma procediamo con ordine.

Partiamo dall'incipit. MGS 4 si apre con la voce rauca e profonda di Snake, sempre doppiato da David Hayter, che racconta come la guerra sia cambiata: non è più una questione di nazioni o ideologie, ma di un'economia governata dalle PMC, ossia le Compagnie Militari Private. Sono passati appena cinque anni dagli eventi di Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty, eppure Solid Snake appare precocemente invecchiato per cause sconosciute. Questo, però, non gli impedisce di dare la caccia a Liquid Ocelot, che manovra da dietro le quinte il conflitto che attanaglia il mondo. La sua ricerca parte dal Medio Oriente, affiancato dall'amico e collega Otacon e da altri volti storici della saga.
Questo capitolo funge da epilogo narrativo per l'intera saga, dato che sia Peace Walker sia Metal Gear Solid V sono dei prequel che proseguono il viaggio di Big Boss, protagonista di Metal Gear Solid 3: Snake Eater. Confusi? È comprensibile: la mitologia e la lore costruite da Kojima e dal suo team hanno pochi rivali per profondità e qualità, ma proprio per questo partire dal quarto capitolo è difficilmente digeribile per chi non conosce la saga. Tutto il gioco ruota infatti attorno alla chiusura delle questioni lasciate in sospeso nei vari capitoli del franchise, regalando all'epopea di Solid Snake il suo degno finale.

Pad alla mano, il titolo si dimostra ancora molto soddisfacente da giocare, e si percepisce quanto il gameplay sia interamente cucito al servizio della sperimentazione, che ancora oggi surclassa molti esponenti moderni del genere stealth. Nella prima metà del gioco, ad esempio, ci troveremo a infiltrarci in territori in pieno conflitto, con due eserciti in guerra tra loro: se nei precedenti capitoli del franchise tutto ruotava attorno al penetrare in roccaforti nemiche in maniera silenziosa e senza allertare nessuno, qui dovremo saperci adattare al campo di battaglia. Tra sparatorie per le strade di una città in rovina, bombardamenti, colpi di mortaio e blindati corazzati appostati, sarà essenziale sfruttare ogni gadget e ogni competenza di Snake per raggiungere il nostro obiettivo.
Per quanto abbia migliorato le meccaniche di shooting rispetto ai capitoli precedenti, il gioco rimane pur sempre uno stealth game, ed è qui che entra in scena una meccanica davvero affascinante: l'Octocamo. A differenza del capitolo precedente, dove dovevamo selezionare la mimetica più adatta da un apposito menu, la nuova tuta di Snake assorbe completamente la texture della superficie su cui siamo appoggiati: basta restare fermi per una manciata di secondi e l'Octocamo si adatta, in perfetto stile camaleontico. Se ad esempio stiamo strisciando in una stanza con un particolare pavimento a scacchi, la tuta ne assorbirà il motivo, aumentando così il valore percentuale di mimetizzazione. Attenzione però: se il pavimento (o la parete) dovesse cambiare, quel valore scenderà drasticamente e occorrerà riadattarsi in fretta al nuovo campo di battaglia.

Questa funzione si unisce a una serie di altri gadget, come il Metal Gear MK II, un piccolo robot pilotabile da mandare in esplorazione, o la Solid Eye, una benda da applicare all'occhio dotata di visore termico e notturno, oltre a tanti altri strumenti che danno a Snake un ventaglio di possibilità tutt'altro che indifferente. Anche l'armamentario ha subito un notevole aggiornamento: pistole, mitragliette, fucili d'assalto, armi pesanti e non solo potranno essere raccolti sul campo di battaglia senza problemi. C'è però un ostacolo: a causa della tecnologia dei Patriots, ogni arma ha un identificativo ID che la rende inutilizzabile se non si è il proprietario designato. È qui che entra in gioco Drebin, un mercante d'armi che funge da negozio in-game, presso il quale è possibile rimuovere il blocco, costruire e personalizzare il proprio arsenale.
In perfetto stile Kojima, MGS 4 si rivela avanti di decenni non solo nel gameplay ma anche nella narrazione, e a colpire è soprattutto la lucidità con cui anticipa certe tematiche. La guerra non è più un'emergenza da risolvere, ma il motore economico del mondo, un'industria che per sopravvivere ha bisogno di nuovi conflitti da alimentare. A reggere le fila ci sono le IA, il cui ruolo era già stato anticipato in Sons of Liberty, che controllano tutto, dalle armi ai soldati stessi, arrivando a gestirne emozioni e impulsi: nel mondo dei Patriots, più la guerra viene combattuta con efficienza, più diventa redditizia e più le IA imparano a gestirla meglio. Salta così subito all'occhio come certe accortezze di design e scrittura elevino MGS 4 ben oltre il semplice gioco action. Ma in Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 c'è spazio anche per un altro gioco, definito da Kojima stesso come un Metal Gear Solid V in miniatura: Peace Walker.

A differenza del quarto capitolo, Peace Walker ha ricevuto in passato un trattamento decisamente migliore: era infatti già stato incluso nella precedente HD Collection uscita su XBOX 360, dove aveva beneficiato di notevoli accorgimenti tecnici, dato che il gioco era nato come titolo per PSP. Metal Gear Solid: Peace Walker è ambientato dopo Metal Gear Solid 3 e prima del capostipide Metal Gear Solid: siamo nel 1974, in piena Guerra Fredda, e Naked Snake guida i Militaires Sans Frontières insieme a Kazuhira "Master" Miller. Il leggendario soldato viene raggiunto da un professore universitario di nome Galvez e dalla sua allieva Paz Ortega, che chiedono a lui e ai suoi MSF di cacciare dalla Costa Rica dei misteriosi uomini armati che stanno occupando il paese. Quella che sembra una semplice occupazione nasconde però un complotto ben più grande, che coinvolge la CIA e un progetto capace di rovesciare le sorti della Guerra Fredda.
Il tono si presenta quindi diverso rispetto a MGS 4 e al suo conflitto su larga scala: qui Kojima sceglie di raccontare la nascita di un mito, con Naked Snake ancora sospeso tra ideali e pragmatismo, mentre completa il viaggio che lo porterà a diventare colui che verrà conosciuto come Big Boss. Sul versante ludico la natura portatile del titolo si nota eccome, dalla dimensione degli scenari alla resa poligonale dei personaggi. Peace Walker, però, non si limita a ricreare in scala ridotta (e a livello di contenuti, poi, tanto ridotta non è) una classica esperienza di Metal Gear Solid, ma spinge il franchise in nuove direzioni, inserendo meccaniche gestionali completamente inedite per la saga.
Nelle fasi iniziali dell'avventura entreremo infatti in possesso di una struttura petrolifera abbandonata che diventerà la nostra Mother Base, il quartier generale da cui gestire ogni cosa: missioni, equipaggiamento, soldati, armi e potenziamenti. Per quanto apparentemente limitata, questa meccanica funziona ancora oggi benissimo, grazie a un appagante senso di progressione che verrà poi ripreso ed espanso in Metal Gear Solid V. Per quanto riguarda il gameplay vero e proprio, il gioco è strutturato in tante piccole missioni, collocate in stage di dimensioni ridotte e completabili in pochi minuti, il tutto governato da una componente stealth leggermente snellita, anche a causa dei limiti tecnici dell'hardware d'origine. A impreziosire l'esperienza c'è, come sempre, una narrativa di grande impatto, che non si limita a toccare tematiche legate al pericolo del nucleare, ma affronta anche i primi tentativi dell'uomo di ricreare la coscienza umana in modo completamente artificiale. In qualche modo Peace Walker e MGS 4 sono legati da temi che affondano le radici nella Guerra Fredda ma che verranno poi esplorati nella guerra del domani. Cioè di oggi.

Mentre nella versione di MGS 4 contenuta in Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 Konami ha deciso di rimuovere completamente la modalità multigiocatore, in Peace Walker questa è ancora presente e funzionante, con la possibilità di rigiocare le missioni insieme agli amici in modalità che strizzano l'occhio persino a Monster Hunter. All'epoca dell'uscita originale la saga di Capcom era molto presente su PSP, e nacque così una bizzarra collaborazione: non solo alcune missioni online ricordano la famosa caccia ai mostri, ma nel menu dei comandi è possibile impostare una configurazione dei tasti che ricalca quella della serie Capcom.
Anche su Peace Walker l'intervento tecnico si limita all'aumento della risoluzione fino al 4K e del frame rate, che raggiunge senza intoppi i 60 fps granitici, ma a differenza di MGS 4 il gioco offre tre modalità grafiche: Originale, Calibrata e Alta Risoluzione. L'Originale mantiene il gioco così com'era su PSP, la Calibrata si limita a migliorare le fasi di gameplay, ma è con Alta Risoluzione che l'opera dà il meglio di sé, soprattutto nella resa dei filmati illustrati da Ashley Wood, storico illustratore della saga, che in Peace Walker ha realizzato tavole allo stato dell'arte. Sul lato sonoro, invece, entrambi i giochi sono esattamente quelli di un tempo: musiche maestose, effetti sonori di qualità e un grandissimo doppiaggio cinematografico. Tutti e due sono doppiati in inglese, con testi e sottotitoli tradotti in italiano.
Oltre ai due capitoli principali, Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 include altri extra piuttosto interessanti, alcuni dei quali ricalcano quelli del precedente volume, come il libro virtuale con la sceneggiatura, il Master Book che raccoglie l'intera lore della saga e alcune tracce della colonna sonora. Tra le aggiunte più interessanti c'è il MGS4 Database, la vecchia Companion App del gioco, che di fatto non è altro che un enorme archivio digitale con tutte le informazioni sulla saga, dai personaggi ai luoghi fino agli eventi. Peccato che risulti un po' obsoleto: all'appello mancano tutti i fatti di Peace Walker e MGS V, dato che i due giochi sono usciti dopo il quarto capitolo. L'extra più corposo è però un terzo titolo completamente giocabile: Metal Gear: Ghost Babel, uscito su Game Boy Color nel lontano 2000. Si tratta di un piccolo e piacevole pezzo di storia, molto più godibile dei vecchi capitoli per MSX presenti nel precedente volume, anche perché tradotto in italiano. E se temete che possa risultare troppo retrò, non preoccupatevi: Ghost Babel non è canonico nel quadro narrativo della saga, quindi potete saltarlo senza remore.


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