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Shellshock 2: Blood Trails

Recensione - Shellshock 2: Blood Trails

A distanza di cinque anni dal precedente Shellshock: Nam '67, Eidos ci ripropone di nuovo uno sparatutto ambientato nel Vietnam durante uno dei capitolo più tristi della guerra combattuta tra forze americane e vietnamite. Questa volta però lo sviluppo del gioco non è più opera di Guerilla, ma è affidato ai Rebellion, che ci offrono la loro personale visione degli eventi, aggiungendo una sfumatura horror che dovrebbe distinguere il titolo dagli altri FPS bellici in circolazione. Ed in effetti si dimostra essere un gioco davvero "spaventoso", anche se non nel senso che vi aspettereste: seguiteci nell'oscurità delle foreste del Vietnam per capire cosa intendiamo.

Il Gioco

Shellshock 2: Blood Trails ci vede nei panni del soldato Nate, inviato al fronte a seguito della scomparsa di un'intera squadra di commilitoni, eliminati in circostanze misteriose durante una missione speciale. Il gioco inizia in una caserma in cui appare subito chiaro l'orientamento splatter dell'avventura; mentre ci dirigiamo a far visita all'unico sopravvisuto della spedizione, notiamo cadaveri e corpi mutilati sparsi ovunque. Le urla di soldati feriti in modo atroce vengono interrotte dalla voce fuori campo di Nate che riflette sull'orrore e la disperazione della guerra, mentre un sergente ci accenna qualcosa di molto vago su “Whiteknight”, senza precisare se si tratti di un luogo, di un'arma o di una persona. Gli autori del gioco usano l'elemento mistero per incuriosire il giocatore e spingerlo a trovare le risposte alle domande che il protagonista comincierà a porsi durante la sua missione.

Ci viene quindi iniettato uno strano farmaco per proteggerci da qualcosa che al momento non ci viene rivelato, poi si prosegue e scopriamo che l'unico superstite della missione è nostro fratello Cal. Una volta incontratolo scopriamo però che qualcosa in lui è cambiato, e non solo a livello fisico; in pochi istanti infatti Cal impazzisce e fugge seminando morte e panico tra i presenti. Da questo momento in poi tutto il gioco ruoterà intorno al ritrovamento di nostro fratello, che dovremo inseguire lungo diversi scenari come la classica giungla vietnamita, templi diroccati, i tipici villaggi in legno, roccaforti situate tra le montagne, ecc. E ovviamente dvremo anche cercare di scoprire cosa, o chi, sia in realtà “Whiteknight”.

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Oltre alla struttura classica di un FPS, Shellshock 2: Blood Trails cerca di introdurre alcune novità; i nemici infatti non sono solo gli storici vietcong ma anche gli infetti, che altro non sono che soldati e civili trasformati in zombie. Per combatterli avremo a disposizione il tipico arsenale da guerra fine anni 60: niente armi particolari o novità create per l'occasione. Anche la presenza di sporadici elementi soprannaturali, come visioni di fantasmi o flashback di eventi e luoghi visti attraverso gli occhi del fratello Cal, cercano di distinguere il gioco dagli altri sparatutto, anche se in realtà non c'è nulla di nuovo sotto il sole.


Amore

Zombie nella giungla

- L'idea di un virus che trasforma in zombie i soldati, in un contesto già cupo di suo come quello del Vietnam, rappresenta una buona alternativa nel panorama degli FPS. Purtroppo però si tratta a nostro avviso dell'unico lato positivo del gioco, e finisce per essere oscurato dai molti difetti.

Odio

Grafica terrificante

- La realizzione tecnica di Shellshock 2: Blood Trails è davvero imbarazzante, spesso persino inferiore a quanto visto sulla precedente generazione di console. Modelli poligonali poverissimi, texture in bassa risoluzione, animazioni al limite del ridicolo (a volte i nostri compagni corrono lateralmente come i gamberi!), effetti grafici inesistenti: le esplosioni delle granate sembrano delle miccette per bambini, la pioggia era fatta meglio ai tempi del Megadrive, il sangue (nostro e dei nemici) è bidimensionale e strappa più sorrisi che spavento. A completare il tutto troviamo un'interfaccia e un HUD stile Commodore 64, senza contare la totale assenza di un qualsiasi motore fisico, per cui tutti gli oggetti risultano indistruttibili ed incollati nelle loro posizioni. Anche l'audio non si salva: assenza quasi totale di musiche ed effetti sonori blandi e per nulla convincenti, che di certo non aiutano ad immergersi nella guerra; unica nota positiva il doppiaggio in italiano, anche se i testi dei dialoghi spesso suonano comici.

Deficenza Artificiale

- in una generazione in cui l'i.a. dei nemici diventa sempre più scaltra e reattiva ai comportamenti del giocatore, vedere i vietcong gettarsi a testa bassa contro le nostre raffiche di mitra è davvero esilerante. Nessuna tattica, nessun tipo di strategia; se uccidiamo un nemico, quello dietro non si sposta e muore nello stesso identico punto, senza tentare una via alternativa. Ma la cosa peggiore sono le morti casuali di alcuni zombie: capita infatti che degli infetti, dopo aver tentato di colpirci con una specie di ridicola manata (niente morsi violenti o colpi aggressivi), cadano a terra stecchiti da soli, senza che noi li abbiamo scalfiti con un singolo colpo! Insomma il tutto si traduce in un mero tiro al bersaglio da effettuare senza troppo impegno, e come se non bastasse l'assenza totale di fisica ragdoll sui corpi contribuisce a rendere i nemici molto più simili a dei fantocci piuttosto che a degli essere viventi.

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La sagra dei luoghi comuni

- la trama è, ad eccezione del fattore zombie, banale e scontata, priva di mordente e nonostante si cerchi di costruire un interesse per gli eventi narrati difficilmente ci si appassiona a dei personaggi piatti e psicologicamente stereotipati. Le varie situazioni proposte sono un vero campionario di frasi fatte sulla guerra, abbondano di retorica e sono farcite di torpiloqui e parolacce del tutto gratuite, come nell'intro che precede ogni livello.

Frustrante e breve

- Il gioco si divide in 10 livelli ognuno della durata media di 20/30 minuti, per un totale complessivo di circa 5 ore: davvero improponibile per un gioco che non contempla alcun tipo di multiplayer e che si basa solo sull'esperienza in single-player senza offrire spunti di rigiocabilità, tranne che per cercare di sbloccare tutti gli obbiettivi. I casi più frequenti di morte avvengono per colpa dei troppi quick-time-events, le sequenze di tasti da premere con il giusto tempismo, per via di un'interfaccia confusionaria che peggiora i tempi di reazione e ci costringe a ripetere più volte le sequenze precalcolate. La cosa peggiore però è il comparire all'improvviso di alcuni nemici, ad esempio alle nostre spalle, in aree già ripulite o in vicoli ciechi senza che si capisca da dove siano sbucati; davvero frustrante perchè si rischia di morire ancora prima di capire chi e da dove ci stia colpendo.

Tiriamo le somme

Se l'intento di Rebellion era quello di coniugare la guerra in Vietnam con gli zombie per creare uno sparatutto originale e diverso dagli altri FPS in circolazione, questo è chiaramente fallito: Shellshock 2: Blood Trails non si distingue per le sue caratteristiche e atmosfere ma solo per un comparto tecnico scadente ed una giocabilità irritante. Quando la lista degli aspetti negativi supera esponenzialmente quella dei pregi, è chiaro come il titolo in questione sia da evitare assolutamente. Il nuovo titolo Eidos può semmai essere considerato come un esempio di tutto quello che non dovrebbe essere fatto in un videogioco, e stupisce che nel 2009 si producano ancora dei titoli così poco curati; se cercate sparatutto con una componente sovrannaturale o semplicemente titoli bellici, troverete in circolazione prodotti sicuramente migliori. 3.5

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L'autore

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Videogiocatore incallito, quasi maniacale, ha iniziato a 4 anni e sulla soglia dei 40 ancora non accenna a smettere, anzi è sempre più preso da tutto quello su cui appare "premi start!". La stessa passione la nutre per il cinema, la musica e la tecnologia in generale. MX è stato quindi uno step naturale nella sua evoluzione da giocatore a redattore e spera di poter condividere ancora per molto tempo le sue esperienze con gli altri appassionati, almeno fino al calare della cataratta.

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Commenti

i Le recensioni di MX esprimono il punto di vista degli autori sui titoli provati: nelle sezioni "Amore" ed "Odio" sono elencati gli aspetti positivi e negativi più rilevanti riscontrati nella prova del gioco, mentre il voto ed il commento conclusivo rispecchiano il giudizio complessivo del redattore sul titolo. Sono benvenuti i commenti e le discussioni tra chi è d'accordo o in disaccordo con tali giudizi, ma vi chiediamo di prendere atto del fatto che si tratta di valutazioni che non hanno pretesa di obiettività nè vogliono risultare vere per qualsiasi giocatore. La giusta chiave di lettura per le nostre recensioni sta nel comprendere le motivazioni alla base dei singoli giudizi e capire se possano essere applicate anche ai vostri gusti personali.
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