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Medal of Honor: Warfighter

Recensione - Medal of Honor: Warfighter

A distanza di due anni dall’uscita del primo Medal of Honor, Danger Close e EA ci riportano nel clima di guerra che gli eventi militari degli ultimi anni ci hanno fatto conoscere attraverso stampa e televisione. Nuove rivisitazioni di eventi reali: ne varrà la pena? Scopriamolo insieme!

Il Gioco

Con il loro precedente lavoro, i ragazzi di Danger Close erano riusciti a smuovere un mercato come quello degli FPS bellici moderni che da troppo tempo stagnava dietro una figura deontologica del super soldato americano. Proprio il precedente Medal of Honor - ed in parte Black Ops - era riuscito ad uscire da questo rigido schema mettendo i giocatori nei panni di soldati in difficoltà, umani come tutti noi ed assolutamente non in grado di gestire una situazione in cui la difesa risultava sempre il miglior attacco. In questo nuovo capitolo dobbiamo invece constatare come gli sviluppatori abbiano optato per il ritorno ad una sceneggiatura canonica, che ricalca pedissequamente stilemi che sia in ambito videoludico che cinematografico sono stati ampiamente sviscerati. Temi quale il terrorismo, i drammi familiari di un soldato e la vita da commilitoni sono situazioni già viste che si appoggiano su elementi che non destano, purtroppo, più stupore.

Questa scelta trasforma la trama di Medal of Honor: Warfighter in un'escalation di operazioni scontate e di facile intuizione. Intendiamoci, non mancano situazioni esaltanti e che spezzano il ritmo in maniera efficace, ma in linea generale ci troviamo di fronte ad un prodotto sicuramente più banale del precedente. Nei panni di due soldati (Preacher e Stump) giriamo location come Sarajevo, Yemen, Pakistan e l’affascinante Dubai in cerca della solita cellula terroristica che minaccia un attentato su scale globale. La vicenda viene racconta attraverso flashback nel passato e scene nel presente, alternate da una serie di cut-scene che raccontano la vita familiare di uno dei protagonisti costantemente in bilico tra l’agire per il bene del proprio paese o non agire per salvaguardare la stabilità della famiglia.

In questo contesto si insinua una giocabilità che alterna elementi positivi ad altri maggiormente negativi. Se prendiamo ad esempio in analisi il design dei diversi livelli troveremo una serie di scelte poco convincenti che esaltano di più gli spazi chiusi e lineari a quelli più aperti che hanno reso famose serie come Battlefield o lo spin-off Bad Company. Ambienti che mirano ad esaltare un un innovativo sistema di copertura che, tenendo premuto LB, dà la possibilità di uscire dalle coperture in maniera più fluida e realistica. Peccato che gli sviluppatori abbiano talmente insistito nel voler far risaltare questa caratteristica che da elemento positivo diventa un pretesto per appesantire in maniera fin troppo marcata una giocabilità che, a conti fatti, si traduce per tutta la sua durata nella banale formula del copriti, spara e ricopriti.

La stessa intelligenza artificiale non aiuta di certo in questo senso. I nemici - anche a livelli più elevati - risultano statici e passivi. Non cercheranno mai di aggirare o di proporre un’azione corale ma rimarranno dietro la loro copertura porgendo il fianco ai nostri facili proiettili, e l’unico modo per farli muovere sarà lanciare una granata. Concetti obsoleti e superati ormai da tempo da soluzioni più dinamiche e intriganti.

A poco serve variare il gameplay inserendo situazioni a volte riuscite come quelle di guida ed altre meno, come le diverse tipologie di breccia (eccessivamente lunghe e fini a se stesse) se poi la struttura base rimane noiosa e appesantita. A tutto questo bisogna aggiungere una longevità tutt’altro che esaltante, che si attesta sulle 4 ore e mezza. Ben al di sotto anche di concorrenti che non fanno della longevità il loro punto di forza.

Differente il discorso riguardante il multiplayer del gioco, che uscendo dall’anonimato del precedente capitolo offre uno stile ben delineato ed in grado di prendere elementi positivi dai due colossi del genere: Call of Duty e Battlefield. Se la quantità non è sicuramente tra i numeri da ricordare di questo titolo, solamente otto mappe, ben diverso è il level design che sfrutta in maniera sapiente lo spazio per ricreare campi di battaglia, sia ampi che stretti, assolutamente convincenti e divertenti da giocare. Inoltre la presenza di tipologie di soldati diversi ispirati a reggimenti realmente esistenti non fa che aumentare le possibilità di scelta date in mano al giocatore. L’elemento di spicco è però la modalità Fire Team, che permette ad un giocatore di legarsi al suo compagno. Questo sarà sempre visibile a schermo (grazie a dei contorni verdi) e porterà particolari benefici: se il nostro compagna verrà colpito a morte, basterà uccidere il suo assassino in un breve lasso temporale per farlo tornare in gioco, oppure, in caso di morte, potrà decidere di rinascere alle nostre spalle indipendentemente dal punto della mappa in cui ci troviamo. A questo bisogna poi aggiungere una serie di modalità di gioco molto divertenti oltre a quelle classiche come Hot Spot e Home Run.

Sotto l’aspetto tecnico il titolo si appoggia all’ormai famoso Frostbite 2 che purtroppo non viene sfruttato nel modo giusto. La grafica risulta troppo avara non solo di dettagli (lasciando spazio a tantissimi bug) ma anche dell’elemento di distruzione, vero e proprio valore aggiunto di Battlefield 3. Ottimo invece il comparto audio, anche se purtroppo anche in questo caso devo segnalare sporadici bug con gli effetti che si ovattano in maniera non proprio realistica.

Amore

Guida spericolata

- Uno degli elementi che sicuramente sono stati curati in maniera apprezzabile sono le sessioni di guida, realizzate in collaborazione con gli sviluppatori di Need for Speed. In queste sessioni c’è tutto quello che manca nelle altre: ritmo, buon level design e coinvolgimento.

Feeling armaiolo

- Una delle caratteristiche a mio modo di vedere assolutamente positive, e quindi da sottolineare, è il feeling sia sonoro che di gameplay che gli sviluppatori sono riusciti ad imprimere ad ogni singola arma. In base al tipo di bocca da fuoco che staremo maneggiando, ci ritroveremo con diversi tipi di mirino da poter utilizzare, la possibilità di scegliere tra raffica e colpo singolo, ma cosa più importante avremo un rinculo e una gestione del proiettile assolutamente soddisfacente. A questo contribuisce anche una campionatura sonora estremamente riuscita che dà la reale sensazione del proiettile che esce dalla canna e si conficca nel corpo del nemico.

Fratelli in armi

- Come già sottolineato, il multiplayer è arricchito da scelte assolutamente convincenti come le modalità di gioco alternative: in Hot Spot ad esempio cinque obiettivi random si materializzano su una mappa e per vincere bisognerà conquistarne tre, oppure in Home Run dobbiamo combattere in spazi davvero ristretti e confusionari per cercare di portare alla base una bandiera piazzata sulla mappa, sapendo che una volta morti non ci sarà respawn e trasformando la partita in una vera e propria operazione tattica. A questo si aggiunge ovviamente la novità del Fire Team, che crea da subito empatia tra i due compagni di squadra portando le sessione cooperative verso livelli davvero esaltanti. Sotto questo aspetto davvero nulla da ridire.

Pimp my gun

- Altro elemento che mi ha convinto è la questione della personalizzazione, sia per quanto riguarda il personaggi che le armi da fuoco. Grazie alla presenza di diversi tipi di militari, ognuno con il proprio set di armi e di specialità, e soprattutto di una serie di elementi (canna, carrello, calcio ecc.) delle armi da fuoco totalmente personalizzabili, le possibilità di creazione sono davvero molte e questo non fa altro che aumentare la longevità del prodotto.

Odio

Encefalogramma piatto

- La storia di Medal of Honor: Warfighter è assolutamente senza mordente. Senza stare a scomodare inutili paragoni, il problema principale è da trovare all’interno di un plot narrativo che cerca di portare a galla problemi reali, di vita quotidiana per quel tipo di persone, ma che vengono trattati con estrema leggerezza e composti da troppi e già visti cliché. Giusto per lanciare una provocazione, se avessero scelto di buttarlo sul classico soldato americano in un susseguirsi di azioni rocambolesche e alla “rambo”, per quanto anch’esse scontate, magari ci avrebbero guadagno in adrenalina e coinvolgimento. Peccato.

Problemi tecnici

- Mi è dispiaciuto notare come moltissimi dei problemi tecnici già riscontrarti nel passato qui siano ancora, purtroppo, presenti. Nemici che sbucano dal nulla e compenetrazioni preoccupanti si sommano ad una serie di problemi che derivano, palesemente, dalla pessima gestione del motore di gioco. Texture poco definite, ambienti poveri di dettagli e sopratutto una distruttibilità degli ambienti relegata unicamente alle coperture e ad altri elementi di contorno. Troppo poco. Soprattutto se confrontato con quanto fatto l’anno scorso con Battlefield 3.

In teoria saresti un nemico!

- Vedere nel 2012 un'IA di questo tipo è qualcosa che non mi sarei aspettato. Passiva, stupida e assolutamente irrealistica. Se buona parte del gameplay è statico e poco propenso all’azione, buona parte della colpa è proprio da attribuire all’intelligenza artificiale dei nemici che in moltissime occasioni risulta assolutamente deficitaria. Non solo, ma anche quella dei nostri compagni più di una volta mi ha bloccato il proseguo di una missione non essendo assolutamente all’altezza del nome che porta questa serie.

Pochi contenuti

- Oltre alle quattro ore e mezza per finire la storia, non è presente nessuna modalità alternativa se non il multiplayer. Anche qui ci troviamo davanti ad una pesante carenza di contenuti che non giustifica assolutamente il prezzo del gioco, ma soprattutto perde moltissimi punti se paragonata ad altre produzioni che offrono modalità di gioco alternative e che allungano, di molto, la longevità.

Tiriamo le somme

Dovessi giudicare questo Medal of Honor: Warfighter unicamente per il single player, sarebbe un’insufficienza piena. Ovviamente è risaputo che la stragrande maggioranza degli FPS punta ormai sul comparto multigiocatore e qui il titolo fortunatamente riesce a riscattarsi. Più che una mezza delusione quindi, e di sicuro non una priorità di questo Natale vista l’altissima qualità di altri prodotti in uscita in questo periodo. 6.7

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L'autore

Nel 1990 gli viene regalato un commodore 64 e da quel giorno capisce che i videogiochi saranno il suo futuro. A distanza di anni, nonostante ripetute richieste di "trovarsi un lavoro serio", continua a barcamenarsi nel campo del giornalismo videoludico. Collaboratore di MX dal 2006 è uno strenuo sostenitore della filosofia "il primo amore non si scorda mai".

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Commenti

i Le recensioni di MX esprimono il punto di vista degli autori sui titoli provati: nelle sezioni "Amore" ed "Odio" sono elencati gli aspetti positivi e negativi più rilevanti riscontrati nella prova del gioco, mentre il voto ed il commento conclusivo rispecchiano il giudizio complessivo del redattore sul titolo. Sono benvenuti i commenti e le discussioni tra chi è d'accordo o in disaccordo con tali giudizi, ma vi chiediamo di prendere atto del fatto che si tratta di valutazioni che non hanno pretesa di obiettività nè vogliono risultare vere per qualsiasi giocatore. La giusta chiave di lettura per le nostre recensioni sta nel comprendere le motivazioni alla base dei singoli giudizi e capire se possano essere applicate anche ai vostri gusti personali.
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